Calcio

Il prezzo di Giroud e Van Basten

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Le polemiche sul prezzo dei biglietti del Milan in Champions League sono lo spunto per verificare quanto siano aumentati nei decenni i sacrifici finanziari chiesti ai tifosi. Altro che televisioni che pagano tutto...

Le polemiche sul prezzo dei biglietti per le partite di Champions League del Milan hanno diviso in due partiti i tifosi rossoneri e in generale quelli italiani. Il partito di chi pensa che i biglietti siano troppo cari e che i club debbano avere come primo obbiettivo quello di riempire gli stadi (sia pure al 50%, come è permesso oggi) e quello di chi ritiene che i conti debbano tornare e che qualsiasi cifra sia giustificata, se porta un vantaggio al club e se comunque un numero significativo di persone continua a spendere. Il bene o il male dipendono quindi da quale tipo di tifoseria si pensa di raggiungere: quella più tradizionale o quella che si immagina popolata di clienti-consumatori? Al di là della filosofia, è interessante capire se davvero i biglietti oggi sono troppo cari e per fare un confronto concreto rimaniamo sul Milan e ritorniamo anche alla vecchia cara Coppa dei Campioni.

23 aprile 1969, Milan-Manchester United, andata delle semifinali di un’edizione che il Milan di Rocco e Rivera avrebbe poi vinto in finale contro l’Ajax di Cruijff. A San Siro tutto esaurito da 81.000 spettatori, con i popolari, cioè il secondo anello (sul biglietto c’era scritto ‘gradinate’) venduti a 1500 lire, i distinti (per i più giovani: la parte non numerata del primo anello) a 3000 lire e la tribuna numerata a 9000. Ci sono vari convertitori storici lira-euro, che tengono conto del differente potere d’acquisto: ecco, con 1500 lire del 1969 si compravano più o meno le stesse cose che nel 2021 compriamo con 15 euro.

19 aprile 1989, ritorno delle semifinali con il Real Madrid, in un’edizione che il Milan di Berlusconi, Sacchi, Van Basten, Maldini, Franco Baresi e Donadoni avrebbe conquistato in finale battendo la Steaua Bucarest. Ecco, le gradinate, cioè tutto il secondo anello (il terzo sarebbe arrivato con il Mondiale del ’90), costavano 16.000 lire a biglietto. In termini di potere d’acquisto odierno quello che forse è il miglior Milan di sempre si poteva vedere in maniera decente per 17 euro. Con diritti televisivi nemmeno paragonabili a quelli di oggi, non esistendo del resto (almeno in Italia) la pay-tv e non avendo le televisioni commerciali la poissibilità di trasmettere in diretta su tutto il territorio nazionale.

E arriviamo al 2 maggio 2007, per l’ultima delle sette Coppa Campioni-Champions vinte dal Milan, in questo caso la finale sarebbe stata contro il Liverpool. Ritorno della semifinale contro il Manchester United di Alex Ferguson e Cristiano Ronaldo. Già entrati nell’era euro, un secondo anello rosso per la squadra allenata da Ancelotti costava 50 euro, comprensivi di commissioni e diritti di prevendita. In questo caso per fare un confronto basta tenere conto dell’inflazione ed arriviamo più meno a 60 euro dei giorni nostri.

Giorni in cui la prima idea del club governato da Ivan Gazidis era quella di vendere, in Champions League, i biglietti di secondo anello rosso a 149 euro. 9 volte rispetto al Milan dei tre olandesi e di tutti gli altri campioni, 2 volte e mezzo l’ultimo Milan vincente in Europa, con la Champions League già lanciata da 15 anni e con in campo Kakà, Pirlo, Seedorf, Maldini, Inzaghi. Il passato sembra sempre più bello, è vero, ma le proporzioni di questo aumento fanno (facevano?) impressione. Questo al di là dello stretto calcolo commerciale, la cui bontà è tutta da verificare sul campo, e della necessità, si spera temporanea, di far pagare al 50% dei tifosi ciò che una volta veniva pagato dal 100%. Ma non avrebbero dovuto pagare tutto le televisioni? Certo, anche se con altre proporzioni, tutti club italiani di vertice ragionano così, sognando la Premier League che riesce (per il momento...) a rastrellare soldi sia dal tifoso tradizionale identitario sia dal turista-consumatore.