Calcio

La nuova Associazione Calciatori

© Juventus FC via Getty Images

Umberto Calcagno è diventato il terzo presidente nella storia dell'AIC, dopo l'era di Campana e quella di Tommasi. Ripercorrere questi 52 anni fa impressione, pensando a come fossero trattati i calciatori prima del 1968...

Umberto Calcagno è soltanto il terzo presidente nella storia dell’Associazione Italiana Calciatori, e diciamo ‘soltanto’ perché l’AIC ha 52 anni di vita ed anche per gli standard dirigenziali dello sport italiano tre soli presidenti in oltre mezzo secolo sono pochi. Sergio Campana è stato alla guida del sindacato italiano dei calciatori (e non dei calciatori italiani, distinguo doveroso) dal 1968 fino al 2011, quando ha passato il testimone a Damiano Tommasi, che l’ha portato fino a poco fa, quando Calcagno ha battuto la concorrenza, in verità non molto agguerrita, di Beppe Dossena dopo che Marco Tardelli si era chiamato fuori. Vicepresidenti saranno Davide Biondini e Sara Gama, a sottolineare che il calcio femminile sarà, almeno nelle intenzioni, la nuova frontiera del calcio. Detto che anche Calcagno, ligure (di Chiavari) cresciuto nelle giovanili della Sampdoria, è stato è stato un giocatore professionista, sia pure con una carriera meno scintillante di quelle di Campana e Tommasi, la sua elezione è il pretesto per ripercorrere le tappe fondamentali di un sindacato che spesso è stato criticato ma che è necessario soprattutto dalla serie C in giù.

La prima grande vittoria di Campana e dei calciatori italiani, con i migliori (Rivera, Mazzola, Bulgarelli) che si esposero in prima persona, fu l’eliminazione della incredibile (con gli occhi di oggi) norma che permetteva la riduzione del 40% dell’ingaggio, con effetto retroattivo, a chi non avesse raggiunto un numero minimo di presenze. Se si considera che questo minimo in serie A, allora a 16 squadre, quindi con 30 partite, era fissato a 20, si capisce che di fatto chiunque non fosse titolare rischiasse di perdere quasi metà dell’ingaggio senza avere colpe specifiche se non che a calcio si giocasse in undici. Fra le tante conquiste la seconda in ordine cronologico che citeremmo è del 1973, che può essere sintetizzata in una parola: pensione. Su pressione di Campana i calciatori di Serie A, B e C vennero infatti equiparati a lavoratori dello spettacolo e quindi iscritti all’ENPALS, con contributi a carico delle società. E prima del 1973 cosa accadeva? Niente. Il calciatore arrivava anche ai 35 anni senza una sola lira di versamento a un qualsiasi fondo pensionistico, era in pratica come se fosse rimasto disoccupato fino alla fine della sua carriera in campo.

Dopo la pensione arrivarono lo svincolo per morosità (prima si era legati al club anche se questo per anni non pagava stipendi), il diritto ad un giorno di riposo a settimana, il riconoscimento al calciatore del diritto di immagine, la possibilità di dire di no a un trasferimento sgradito (del 1974, mentre la cosiddetta firma contestuale è del 1978), il diritto di avere una copia del contratto (fino a metà anni Settanta non era così...), la legge 91 del 1981 (primo passo per l’abolizione del vincolo, anche se fino al 1996 ci sarebbero stati i ‘parametri’, peraltro più volte riveduti e corretti), il contratto professionistico a 16 anni, l’entrata nel consiglio federale (2001) e tante altre cose apparentemente ‘tecniche’ ma in realtà di sostanza per chi gioca a calcio in Serie C prendendo lo stipendio quando capita. Lunghissima e durissima la strada percorsa dalla vecchia Associazione Calciatori, ma le sfide per quella nuova certo non mancano.