Calcio

La cessione di Pallotta

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Negli otto anni al vertice della Roma l'imprenditore statunitense non ha mai alzato un trofeo e questo nel periodo di massimo dominio della Juventus ci poteva stare. Ma non ha mai nemmeno realmente guadagnato soldi, almeno fino ad ora...

L’era di James Pallotta alla Roma pare sia proprio finita con la vendita della società controllante a Dan Friedkin, mentre scriviamo queste righe non ancora perfezionata (e chissà quando lo sarà). Essendo iniziata il 27 ottobre 2011, con l’entrata nel consiglio di amministrazione della Roma con presidente Thomas DiBenedetto, e proseguita qualche mese dopo con l’assunzione in prima persona della carica più importante, questa era ha un bilancio sportivo molto facile da fare visto che è coincisa con gli otto scudetti consecutivi della Juventus.

La domanda è quindi semplice: la Roma di Pallotta avrebbe potuto fare di più di tre secondi posti e due terzi posti in Serie A, con la gemma delle semifinali di Champions League raggiunte nel 2017-18? Nessun trofeo europeo o italiano alzato quando in queste 8 stagioni, come tutti sanno dominate dalla Juventus, Napoli e Lazio hanno vinto due volte ciascuno la Coppa Italia, con la Supercoppa andata due volte alla Lazio, una al Napoli e una al Milan. Saranno anche briciole, ma queste briciole la Roma non le ha raccolte. 

Impossibile dare una risposta oggettiva, senz’altro possibile mettere in fila le cessioni eccellenti dell’era Pallotta: Alisson, Salah, Nainggolan, Manolas, Rudiger, Pjanic, Marquinhos, Lamela, Benatia, Strootman, Romagnoli, Paredes, Emerson Palmieri, Gervinho, El Shaarawy, Osvaldo… Quasi tutti arrivati alla Roma con Pallotta già al vertice, quindi con il club diventato una tappa di passaggio, sia pure importante, nella carriera di giocatori che poi sono andati a vincere altrove. A Pallotta viene quindi imputato di avere trasformato la Roma in una specie di Udinese di lusso, per 5 anni (dal 2011 al 2016) con Walter Sabatini uomo-mercato. 

La Roma è quindi diventata una società ricchissima? I bilanci del calciomercato dicono di no: meno 65 milioni di euro nel 2011-12, poi meno 22, più 43, meno 57, più 40, meno 27, più 58, più 19, meno 4. Cifre approssimative perché non tengono conto di commissioni o altri oneri, e criterio di valutazione ancor più approssimativo, ma si può lo stesso intuire che in generale quello delle plusvalenze di Pallotta è stato più un fatto tecnico, da regole UEFA, che una situazione reale. Anche perché nel 2011 la rosa giallorossa, reduce da un sesto posto in campionato, era valutata sui 260 milioni di euro (277 di oggi, rivalutandoli con l’indice Istat), mentre adesso veleggia sui 450 con un'età media relativamente giovane.

In altre parole, con Pallotta la Roma si è rivalutata ma poteva diventare un buon affare soltanto vendendola, visto anche l’aumento di capitale da 150 milioni di euro deliberato dall’assemblea due mesi fa, da aggiungersi ai circa 160 che nel corso degli anni Pallotta e soci hanno messo nel club, senza contare il centinaio per l’acquisto delle quote in tempi diversi. Non è una questione di vittorie e Champions League che portano soldi, perché anche la Juventus è dovuta di recente ricorrere ad un maxi-aumento di capitale, il ragionamento era solo per sottolineare che nel calcio italiano attuale guadagnare soldi veri dalla gestione corrente è quasi impossibile. Anche con il mitizzato stadio di proprietà, malattia sia per chi ce l'ha sia per chi non ce l'ha. Per un uomo d'affari slegato da logiche di tifo meglio valorizzare il club ed andarsene nel momento giusto.