Calcio

Quarant'anni di Vincenzo Paparelli

© LaPresse

Il 28 ottobre 1979 è la data di quella che viene considerata la prima morte per il calcio in Italia, di sicuro la prima in Serie A. Una morte assurda, causata da un razzo, un'ora prima di Roma-Lazio...

Le morti associabili al tifo calcistico sono state in Italia relativamente poche e quella di Vincenzo Paparelli è probabilmente la più assurda: è anche per questo che il suo nome è rimasto nella memoria collettiva più di quello di altre vittime, al di là del fatto che Paparelli sia considerato dal punto di vista cronologico la vittima numero uno. E senz'altro la vittima numero uno in serie A. 

Da quel Roma-Lazio del 28 ottobre 1979 sono passati 40 anni e i fatti di quel pomeriggio sono stati più volte ricordati: Paparelli, tifoso della Lazio, era insieme alla moglie Vanda nella Curva Nord dell’Olimpico quando un razzo lanciato dalla Curva Sud, quella dei tifosi romanisti, un’ora prima del fischio di inizio attraversò tutto il campo e dopo 150 metri colpì Paparelli all’altezza degli occhi mentre stava mangiando un panino. Il trentatreenne tifoso laziale, nella vita meccanico nella sua officina sulla via Cornelia, morì di lì a poco, sotto gli occhi della moglie (che ebbe la prontezza di estrargli il razzo dall’occhio) e dei vicini di posto. Senza entrare in dettagli troppo pesanti, la corsa dell’ambulanza verso l’ospedale Santo Spirito fu inutile e Paparelli morì durante il trasporto lasciando la moglie e due figli piccoli.

Anche in quell’era pre-Internet le notizie si diffondevano subito, anzi a dire il vero si diffondevano in maniera ancora più pericolosa di oggi, senza la possibilità di controlli. Gli ultras della Lazio tentarono di invadere il campo, contenuti dalla polizia e dal capitano Pino Wilson, oltre che da Bruno Giordano, chiedendo di non giocare. Ma far uscire la gente dallo stadio in quel clima avrebbe potuto creare una tragedia ancora peggiore e così per motivi di ordine pubblico la partita fra le squadre di Liedholm e Lovati fu giocata. Giocata per modo di dire, con un pareggio che ai più sembrò finto: autogol di Rocca e 1-1 di Pruzzo di testa. 

Facile con il senno di poi parlare di sfortuna: l’ingresso allo stadio usando la tessera del fratello romanista, la decisione di andarci presa all’ultimo momento (quella domenica era iniziata con la pioggia), il fatto stesso di trovarsi esattamente in quel posto visto che appena entrati nello stadio i coniugi Paparelli erano andati a sedersi da un'altra parte. Ma non sarebbe cambiato nulla se a morire fosse stato il vicino: un’altra vita, un’altra storia, la stessa assurdità. Tutto quello che è accaduto negli stadi italiani dopo la morte di Vincenzo Paparelli lo sappiamo: dal punto di vista della violenza gli anni Ottanta e i primi Novanta sono stati i peggiori, senza bisogno di tenere la contabilità della vittime.

Meno ricordate sono state le indagini sulla morte di Paparelli. Già pochi giorni dopo i fatti, grazie a un serie di soffiate all’interno della Curva Sud il colpevole fu individuato nel diciottenne Giovanni Fiorillo. Nel senso che ad aver lanciato il razzo era stato lui, che però il razzo se l’era procurato con la complicità di altri tre. Fiorillo però già la sera del 28 ottobre era latitante. Probabilmente non aveva lasciato Roma, perché una settimana dopo scrisse una lettera in cui diceva di essere innocente e di non sapere nemmeno da che parte si lancia un razzo, una lettera imbucata a Roma. Di sicuro dopo un po’ proseguì la latitanza al Nord (Firenze, Torino, Milano, Bergamo, Brescia e altri posti) e infine in Svizzera. E fu proprio a Lugano che fu rintracciato nel novembre 1980 non dalla polizia ma da due giornalisti, Giampaolo Rossetti di Oggi e Mario Biasciucci del quotidiano L'Occhio. Lì Fiorillo cambiò la sua versione: ammise di avere lanciato il razzo ma disse anche di averlo fatto senza volontà di fare male. Di certo non aveva abbastanza soldi per una latitanza in Svizzera e così nel gennaio del 1981 si ripresentò a Roma per costuituirsi, accompagnato dai genitori e dall’avvocato. Scoprendo di essere ricercato non solo per omicidio, ma anche per renitenza alla leva.

Fra il primo processo e la sentenza in Cassazione passarono 6 anni, così nel maggio 1987 si arrivò a una condanna di 6 anni e 10 mesi per Fiorillo, per omicidio preterintenzionale, più 4 anni e 6 mesi per Marco Angelini che con Fiorillo aveva collaborato al lancio. Dire che Fiorillo si sia poi macerato nel pentimento non si può, visto che in libertà provvisoria fu fermato per detenzione di eroina e che in seguito, nel 1990, sarebbe stato arrestato per furto d’auto. La vita di Fiorillo è finita a 33 anni, come quella di Paparelli, ma non per colpa di uno che gli ha sparato un razzo nell’occhio. Fra le tante cose agghiaccianti di questa storia anche la targa in memoria di Vincenzo Paparelli all’Olimpico, messa nel 2001 e cioè 22 anni dopo la sua morte.

Adesso gli anni sono 40 e il nome Paparelli è diventato ormai sinonimo di morte per il calcio. Ma al di là della retorica, non si può negare che la situazione all’interno degli stadi sia molto migliorata rispetto a quel 28 ottobre 1979. Certo questa considerazione non riporta in vita un uomo che voleva soltanto guardare Roma-Lazio.