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Il quinto Milan di Leonardo© AFPS

Il quinto Milan di Leonardo

Il ritorno in rossonero, come responsabile dell'area sportiva, dà al brasiliano un'altra chance per dimostrare il suo valore adesso che non ci sono più né il suo estimatore Galliani né Berlusconi...

Stefano Olivari

26 luglio 2018

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Quella di responsabile dell’area sportiva è la quinta incarnazione milanista di Leonardo dopo quelle di calciatore spesso infortunato, apprendista dirigente, direttore tecnico in attesa di panchina e allenatore. Una storia che si era interrotta nel 2010, nonostante un ottimo campionato (il primo del dopo Ancelotti, ma anche del dopo Maldini) concluso al terzo posto dietro all'Inter di Mourinho e alla Roma di Ranieri. Un finale amaro, con Leonardo che lasciò per vari motivi ma soprattutto per le critiche di Berlusconi e che non pensava di allenare più alcuna squadra se non il Brasile, suo grande sogno destinato a rimanere tale. Un pensiero che sei mesi dopo gli avrebbe tolto Moratti, convincendolo a prendere il posto di Benitez sulla panchina dell’Inter. Qualche mese buonissimo, secondo posto in campionato e vittoria in Coppa Italia, prima dell’ennesimo cambio di rotta e di vita. Non si cvedeva più come allenatore ed accettò l'offerta di diventare dirigente del PSG: esperienza nata benino e finita malissimo, con anche una squalifica (poi annullata) per avere spinto un arbitro.

Tornando al Milan, bisogna sottolineare la differenza fra il ruolo assegnatogli da Scaroni e i vecchi ruoli dirigenziali a cui lo aveva assegnato Galliani, suo grande estimatore al contrario di Berlusconi che nemmeno impazziva per lui come giocatore e che addirittura si attribuì il merito di aver suggerito a Zaccheroni di sostituirlo con Boban per arrivare allo scudetto del 1999.  All’inizio Leonardo, il cui incarico formale era di segretario della Fondazione Milan, fu una specie di consulente-consigliere di Galliani, che gli affidò soprattutto la gestione umana dei brasiliani. In qualche occasione fu decisivo, come quando nel 2003 convinse la famiglia di Kakà a rompere con il San Paolo e a rifiutare le tante offerte dalla Premier League, in altre fu comunque utile, soprattutto con Ronaldinho e Pato. All’epoca si scrisse che Leonardo stava studiando da Capello (che nel 1997 lo aveva voluto al Milan, fra l’altro), ma pochi davvero pensavano potesse essere il successore di Ancelotti. Invece nell’estate del 2009 Galliani convinse Berlusconi a dare una chance a Leonardo, nonostante i precedenti di questo tipo non avessero mai funzionato (Tabarez, Terim, lo stesso Zaccheroni nonostante lo scudetto) e il brasiliano, ma di passaporto anche italiano dal 2008, lo ripagò con un’ottima stagione.

Va detto che l’incarico attuale di Leonardo è nella sua storia milanista qualcosa di nuovo: ai vecchi tempi il mercato lo facevano Galliani e Braida, senza deleghe, mentre in questi la storia è tutta da scrivere. I due anni da direttore sportivo del PSG sono difficili da valutare: tanti acquisti costosissimi, da Pastore (42 milioni di euro) a Thiago Silva (42 anche lui), da Lucas Moura (40) a Lavezzi (30), da Ibrahimovic (21) a tanti altri, ma anche buone intuizioni a prezzi ragionevoli come Verratti, Matuidi, Sirigu, Gameiro e la forzatura dell'esonero di Kombuaré, primo in classifica, in favore di Ancelotti che riuscì nell'impresa di perdere il campionato (lo avrebbe poi vinto nel 2013). Comunque tutt’altra situazione rispetto al Milan attuale, con le mani legate dal fair play finanziario. Il problema non è evidentemente la competenza calcistica del quarantanovenne Leonardo e nemmeno il rapporto con Gattuso, ma la sua percezione di se stesso: aspirante allenatore quando è dirigente, aspirante dirigente quando fa l’opinionista televisivo, nostalgico del campo quando è dietro una scrivania e della scrivania quando lo mettono vicino alla squadra.

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