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Tottenham Hotspur v Manchester City - Premier League

LONDON, ENGLAND - APRIL 14: A banner bearing a picture of Pep Guardiola the head coach / manager of Manchester City dressed as James Bond saying mind the gap during the Premier League match between Tottenham Hotspur and Manchester City at Wembley Stadium on April 14, 2018 in London, England. (Photo by Catherine Ivill/Getty Images)© Getty Images

Guardiola campione d'Inghilterra: vera gloria?

Il Manchester City ha conquistato la Premier League con cinque giornate di anticipo e dopo due stagioni con l'allenatore catalano proviamo a valutare il peso specifico di questa vittoria. Anche perché i milioni di euro spesi sono stati 400...

16 aprile 2018

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La Premier League stravinta dal Manchester City, con cinque giornate di anticipo, è il settimo campionato vinto da Pep Guardiola in nove anni da allenatore della massima categoria, con la statistica che deve però ricordare anche il suo ottimo esordio in panchina nel Barcellona B che vinse la Tercera Division. Gli unici due colleghi ad avergli dato dispiaceri nelle corse a tappe sono quindi Mourinho con il Real Madrid 2011-12 e Conte con il Chelsea della scorsa stagione (davanti al City era comunque arrivato anche il Tottenham). Curiosamente due allenatori che, come Guardiola, sembrano commentati e giudicati soltanto da fanboy e hater: adoratori del progetto o cultori ottusi del dio risultato. Peccato per il primo gruppo che non sempre Guardiola, e soprattutto il Guardiola più recente, abbia un’idea di calcio fissa alla Sacchi, alla Sarri, alla Crujiff: è molto più calciatore-gestore rispetto alla narrazione-storytelling che di lui si fa, facendo mosse di pura sensibilità e spesso confinanti con la genialata. Peccato per il secondo gruppo che se Guardiola si ritirasse domani mattina, a 47 anni, rimarrebbe uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio pur essendo chiaro che guidando il Chievo o il Getafe avrebbe avuto un palmares diverso. 

Ma non vogliamo fare gli equilibristi e da sempre meno appassionati spettatori della plastificata Premier League diciamo che si tratta, fra i grandi campionati d’Europa, quello dove vincere è più difficile. In Spagna il Real Madrid se deve scegliere sceglie sempre l’Europa, in Italia la Juventus sarebbe da scudetto anche con la sua seconda squadra, Bayern Monaco e Paris Saint-Germain maramaldeggiano in tornei ridicoli, interessanti soltanto per i piazzamenti. Dall’estate 2016, cioè dall’arrivo di Guardiola, il City ha speso per il mercato circa 400 milioni di euro più di quanto abbia incassato dalle cessioni, più di Manchester United (290), Arsenal (90) Chelsea (80) Tottenham (50) e del Liverpool (qui addirittura un saldo positivo, di circa 10 milioni) nello stesso biennio. Confronti molto grezzi, che non tengono conti di commissioni e valutazioni aggiustate negli scambi, ma che danno comunque un’idea del diverso potenziale di spesa pur facendo parte tutte del torneo più ricco del mondo.

Il tutto avendo preso in mano non una squadra derelitta, ma un City che con Pellegrini veniva da un quarto posto in Premier League, dalla vittoria in coppa di Lega e soprattutto da una semifinale di Champions persa di un niente (autorete di Fernando, unico gol in 180 minuti) con il Real Madrid. Un City dove già giocavano Kompany, Otamendi, Fernandinho, David Silva, Sterling, addirittura anche Kevin De Bruyne: quello che attualmente è il miglior giocatore del mondo dopo i mostri sacri Cr7 e Messi veniva da una stagione difficile, con tre mesi di stop per un infortunio, ma c’era già. Insomma, a una squadra già ottima Guardiola ha fatto aggiungere 400 milioni per vincere, nella sostanza, la stessa Premier League che avevano vinto i meno celebrati Mancini e Pellegrini, peraltro anche loro con rose eccellenti e non da poveracci, chiudendo le sue Champions League agli ottavi con il Monaco e in questa stagione nei quarti con il Liverpool. L’unico confronto corretto, per cilindrata e obbiettivi, è con l’altra squadra di Manchester e qui Guardiola ha nettamente vinto al di là dei punti: il ‘park the bus’ di Mourinho quando è praticato senza il fuoco dentro è una tortura per gli occhi.

Per quanto riguarda l’aspetto tattico, Guardiola è meno integralista di chi su di lui fa storytelling prendendo in considerazione solo l’ultima partita. Nella scorsa stagione la difesa a tre si è vista rarissimamente, ma soprattutto le condizioni ancora accettabili di Yaya Touré avevano convinto il tecnico catalano a modificare il centrocampo in funzione dell’avversario, con Fernandinho e l’ivoriano davanti alla difesa soprattutto nelle grandi sfide inglesi (ma non in Champions). Quest’anno la difesa a tre si è invece vista in diverse occasioni, compreso lo sfortunato (con furto in assenza di VAR, per l’annullamento del gol di Sané, ed espulsione dello stesso Guardiola) ritorno di Champions con il Liverpool, ma soprattutto l’unico centrocampista che una volta avremmo definito incontrista è spesso stato il solo Fernandinho, senza contare l’utilizzo di Sané da difensore o da attaccante esterno a seconda dell’avversario, gli spostamenti di Sterling e altre finezze che rendono il calcio di Guardiola meno copiabile rispetto a quello di guru più integralisti. La domanda è sempre quella: fu vera gloria? Risposta: per il momento a Manchester Guardiola ha giusto fatto il suo, mostrando però un bel calcio. Quanto al peso specifico, non per fare dello sciovinismo ma dieci Premier League vinte con il Manchester City valgono meno di quella di Ranieri a Leicester.

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