Calcio

Il partito di Weah

© Khayat Nicolas/ABACA

L'ex attaccante del Milan, da poco eletto presidente della Liberia, non è il primo vecchio campione ad avere una carriera politica ma di certo è uno dei pochi ad essersi conquistato tutto senza concessioni dall'alto...

In tutto il mondo fa notizia che George Weah sia stato eletto presidente della Liberia, non perché sia il primo ex campione che abbia avuto una carriera politica ma perché l’ex attaccante di Monaco, PSG, Milan e tante altre squadre è uno dei pochi che si sia esposto in prima persona sottoponendosi davvero al giudizio degli elettori. Non è stato chiamato come uomo immagine da qualche politico di professione, non è stato eletto in collegi sicuri, non ha insomma raggiunto il suo traguardo per astuta concessione di altri.

Infatti, come spesso avviene per le grandi vittorie, Weah è passato anche attraverso sconfitte. Nel 2005 per candidarsi fondò addirittura un partito, il Congress for Democratic Change (di destra liberale, secondo parametri europei, anche se ormai chiunque si definisce liberale), ma perse al ballotaggio da Ellen Johnson Sirleaf, Nobel per la Pace nel 2011 e soprattutto prima donna capo di stato in un paese africano. La Sirleaf, quasi ottantenne, si è adesso semi-ritirata per stanchezza, scandali (il suo nome era nei Paradise Papers) e altri motivi, mentre la popolarità di Weah è rimasta intatta e non ci sono stati problemi, a parte quelli organizzativi, nel battere Joseph Boakay che della Sirleaf era vicepresidente.

Non essendo esperti di politica liberiana, nemmeno improvvisati, è chiaro che il nostro giudizio extracalcistico su Weah sia condizionato dal suo passato e dalle tante interviste a Milanello in cui parlava delle partite in tono distaccato e ironico, come se non gli interessassero più di tanto (ed in effetti non gli interessavano più di tanto). Lo coinvolgevano di più gli improbabili ‘cugini’ che spesso, spinti dal passaparola, gli si presentavano alla porta e che lui manteneva ben sapendo che non gli avrebbero mai dato nulla in cambio (anzi). Numeri di immigrazione, quelli di fine anni Novanta, senz’altro più gestibili di quelli odierni ma questo non toglie che raramente qualche disperato abbia lasciato casa Weah a mani vuote. In altre parole, la carriera politica non è stata progettata a tavolino (all’epoca il paese era dominato dai vari signori della guerra locali, tornare sarebbe stato un suicidio) ma l’idea di fare qualcosa fuori dal calcio c’è sempre stata.

Di sicuro si può dire che, al contrario dei suoi concorrenti, da bambino povero non è mai di fatto andato a scuola (ha recuperato da adulto negli USA) e tutto ciò che sa lo ha imparato grazie all'intelligenza e alle opportunità di viaggiare che gli ha dato il calcio. Questo non lo ha trasformato in uno statista, per il momento, ma di sicuro gli ha dato l’idea di aggregare consenso intorno alla sua figura sfruttando un momento storico favorevole, uno dei rari periodi di pace di questo paese nato da un’idea affascinante (il ritorno a casa, da persone libere, di ex schiavi delle colonie), sia pure applicata male e con una sorta di colonialismo fra neri (fino al 1980 i locali non avevano diritto di voto), ma attualmente non tanto diverso dal peggio del peggio dell’Africa. Non essendo uno stupido, Weah ha tenuto sempre all’estero la famiglia (il suo figlio più grande, George junior, ora trentenne, ha un passato nelle giovanili del Milan ma non ha esattamente avuto la carriera del padre) e lui stesso negli ultimi anni si è diviso fra la Liberia e gli Stati Uniti. Magari si rivelerà peggiore dei politici di professione, ma nessuno lo può dire adesso: di certo è arrivato dov’è arrivato soltanto con le sue forze.