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Italy v Sweden - FIFA 2018 World Cup Qualifier Play-Off: Second Leg

MILAN, ITALY - NOVEMBER 13:  President FIGC Carlo Tavecchio looks on prior to the FIFA 2018 World Cup Qualifier Play-Off: Second Leg between Italy and Sweden at San Siro Stadium on November 13, 2017 in Milan, .  (Photo by Claudio Villa/Getty Images)© Getty Images

Le difficili dimissioni di Tavecchio

Mentre gli allenatori sono saltati subito, nella storia italiana quasi mai è successo che il capo della federazione lasciasse volontariamente per un Mondiale andato male. L'unico caso dopo Brasile 2014...

16 novembre 2017

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Dopo l’infausto esito di Italia-Svezia sono in molti adesso a chiedere le dimissioni di Carlo Tavecchio, in certi casi anche qualcuno che ha contribuito alla sua elezione. La domanda sorge quindi spontanea: premesso che nemmeno nel 1958, visto che il Mondiale era a 16 squadre e non a 32, il fallimento azzurro è stato paragonabile a quello di oggi, quanti presidenti della FIGC si sono dimessi dopo un Mondiale andato male dal punto di vista sportivo? Ottorino Barassi cercò di resistere a ben tre Mondiali andati male: Brasile 1950, Svizzera 1954 e anche Svezia 1958 dove l’Italia non andò. Forte del suo lunghissimo e anche glorioso passato, da segretario generale FIGC nel 1934 e nel 1938 (dell’edizione italiana fu anche responsabile organizzativo), ma soprattutto noto per avere evitato (nascondendola in casa, in una scatola da scarpe) che la Coppa Rimet finisse nella mani dei nazisti, Barassi cercò di resistere anche oltre il 1958, ma il presidente del CONI Giulio Onesti procedette al commissariamento della federazione mettendo al suo posto Bruno Zauli, che veniva dall’atletica ma che in un anno di calcio riuscì a portare a termine riforme importanti (su tutte la divisione fra professionisti, semiprofessionisti e dilettanti). Dopo il biennio di Umberto Agnelli, presidente della FIGC (e in contemporanea anche della Juventus) fino al 1961, arrivò al vertice Giovanni Pasquale che riuscì a resistere a Cile 1962, nonostante come guida tecnica insieme a Giovanni Ferrari avesse imposto il suo amico Paolo Mazza, presidente della Spal. Una spedizione preparata malissimo, quella cilena, in cui alla fine le formazioni erano fatte dai giornalisti. Pasquale non si dimise nemmeno dopo la famosa Corea di Middlesbrough, tirando a campare un altro anno: a lui si devono la serie A a 16 squadre e il blocco all’acquisto degli stranieri, che arrivò comunque prima del Mondiale 1966 e non ne fu quindi una conseguenza. Un politico di razza come Artemio Franchi superò senza imbarazzi Germania 1974 (pagò Valcareggi), mentre nel 1986 come commissario straordinario e nel 2002 come presidente il numero uno della FIGC era lo stesso, Franco Carraro. E arriviamo così a Giancarlo Abete, avanti in scioltezza dopo Sudafrica 2010, ma pronto invece alle dimissioni dopo il Mondiale brasiliano: a tutt’oggi l’unico presidente della federcalcio ad essersi dimesso per motivi sportivi è stato lui. Detto questo, il lavoro di un presidente di federazione, ma anche di un allenatore, non si dovrebbe giudicare per un tiro fuori di un centimetro: tutta il futuro del calcio italiano dipenderà quindi dal palo di Darmian a Solna?

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