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Mazzarri e i Pozzo, due lingue diverse al Watford

Mazzarri e i Pozzo, due lingue diverse al Watford

Redazione

18 maggio 2017

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Walter Mazzarri e il Watford separeranno le loro strade dopo soltanto una stagione, nonostante l'obbiettivo di una tranquilla salvezza sia stato raggiunto. La storia del genio italiano incompreso non regge, visto che il Watford è dei Pozzo (tecnicamente di Gino, il figlio), che le idee tattiche di Mazzarri erano note e che i Pozzo lo avevano messo al posto di Quique Sanchez Flores (che era andato in semifinale di F.A. Cup) e non di un inglese madrelingua. Va ricordato che dei sette allenatori scelti dai Pozzo solo uno, McKinlay, è britannico (una scommessa visto che era all'esordio in panchina, scommessa persa) e ben tre (Zola, Sannino e appunto Mazzarri) sono italiani. Che magari diventeranno quattro, visto che Ranieri sarebbe il primo obbiettivo per il futuro. Di certo Mazzarri non ha grande comunicativa con media e tifosi nemmeno in italiano e quindi figuriamoci attraverso un interprete (pur avendo fatto sforzi per farne a meno). Non è stato molto amato dai giocatori, che alla fine si sono ammutinati, ma nella cultura dei Pozzo tutti i giocatori sono intercambiabili e poi non è che Mazzarri sia stato rifiutato da un fantomatico 'nucleo inglese'. Soltanto Troy Deeney, il capitano, fra i pochissimi inglesi in una rosa senza identità e senza senso come lo sono troppe rose di Premier League, può essere considerato un titolare, ma dubitiamo che i Pozzo si facciano imporre le loro strategie imprenditoriali da Deeney. Il problema è stato che credevano che trapiantare nella Premier league un tecnico italiano di prima fascia quale Mazzarri è (non è che abbia allenato per caso Sampdoria, Napoli e Inter) sarebbe stato di per sé sufficiente ad assicurare il salto di qualità in un contesto di sopravvalutati come è quello della Premier League. Così non è stato, non fosse altro che perché più di mezza Premier League (11 squadre su 20, ma tutte quelle al top) ha allenatori non britannici. E così si è semplicemente riproposto il mazzarrismo, evoluzione del vecchio calcio all'italiana con diverse declinazioni tattiche (per un buon terzo di stagione si è vista la difesa a quattro), in un contesto in cui il risultato è molto ma non tutto. Basta vedere come se l'è giocata lunedì sera con il Chelsea, in una partita senza tensione ed infatti finita 4 a 3 per i Blues: difesa a tre, centrocampo a quattro bloccato, alle spalle di Niang due che nella testa di Mazzarri (ma anche nella nostra) sono definibili mediani come Cleverley e Capoue. Insomma, un calcio che nella massima vetrina mondiale non si può proporre nemmeno quando sei chiaramente inferiore. Un calcio che appena cala la tensione non ha più ragion d'essere: sei sconfitte nelle ultime sette partite, con significative possibilità di perdere anche domenica prossima contro il Manchester City. A difesa di Mazzarri va sottolineata la campagna acquisti modestissima, dove i grandi colpi estivi sono stati Success (dal Granada), Roberto Pereyra (dalla Juventus) e Okaka (dall'Anderlecht), mentre a stagione in corso i supersoldi incassati dalla Cina per Ighalo non sono stati reinvestiti. Insomma, con una rosa da lotta per la salvezza Mazzarri ha ottenuto la salvezza. Probabilmente il suo calcio è meno adatto, schierando pochi giocatori offensivi rispetto a quelli schierati da altri colleghi, a creare plusvalenze di mercato.

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