Calcio

Il sinistro del vecchio Puskas

Esattamente dieci anni fa, il 17 novembre del 2006, lasciava questa terra Ferenc Puskas, insieme a Di Stefano e Cruijff il più grande calciatore di tutti i tempi a non avere vinto un Mondiale. Lista a cui, senza essere troppo condizionati dall'attualità, si potranno forse aggiungere Messi e Cristiano Ronaldo... In realtà la stella fra le stelle della Grande Ungheria era morta da diversi anni, da quando cioè era stata colpita dal morbo di Alzheimer. Inutile ricordare per la milionesima volta cosa ha rappresentato per la storia, anche tattica, del calcio quella straordinaria nazionale che in sei anni, dal 1950 al 1956, incantò il mondo perdendo una sola partita: purtroppo la più importante, la finale di Berna del Mondiale 1954, che i tedeschi ovest vinsero forse da dopati (le carriere successive dei giocatori indicherebbero di sì) e di sicuro con moltissima fortuna fra diluvio, Puskas zoppo al rientro dopo il fallo subito da Liebrich nella sfida del girone iniziale, errori arbitrali (l'annullamento del gol del 3-3, proprio di Puskas) e anche la rabbia degli outsider che spesso fa miracoli. Il Puskas meno conosciuto è quello dei due anni di stop, dopo la fuga dall'Ungheria (in realtà un mancato rientro, visto che si trovava a Madrid con la nazionale) nel novembre del 1956 dopo che i carri armati sovietici erano entrati a Budapest per imporre un regime comunista più gradito a Mosca. Puskas ha 29 anni ed è ungherese, non apolide, quindi la federazione ungherese ne blocca il tesseramento in Spagna o in qualsiasi altra nazione. Il Real Madrid vorrebbe formare subito con Di Stefano la coppia più bella del mondo ma non può, così Puskas mendica ospitalità e gettoni di presenza per amichevoli un po' dovunque, in particolare all'Espanyol. Va però in depressione e si trasferisce in Italia, a Sanremo, dove smette anche di allenarsi ed ingrassa di quasi 20 chili in pochi mesi. Le grandi italiane lo cercano e lui ascolta le proposte di tutti, arrivando nell'aprile del 1957 a firmare anche un impegno con Angelo Moratti (è lui stesso ad annunciarne i termini: 112 milioni di lire di ingaggio una tantum e 375mila lire al mese di stipendio) per quattro anni di Inter, ma la situazione del tesseramento non si sblocca. Dopo due anni di nulla la FIFA riduce la quarantena di Puskas e degli altri fuorusciti, e nel 1958 il Real può finalmente ingaggiarlo (all'Inter è nel frattempo arrivato Angelillo). A 31 anni quello ingiustamente ricordato come 'Il colonnello' (lo era per ritirare lo stipendio statale, ma era quanto di più lontano dalla disciplina militare ci fosse), può così vincere due Coppe dei Campioni e sei volte la Liga, ritirandosi a 40 anni e diventando anche un buon allenatore in varie parti del mondo, con la vetta raggiunta alla guida del Panathinaikos finalista di Coppa Campioni contro l'Ajax di Cruijff, dopo una serie notevole di imprese (su tutte la rimonta in semifinale sulla Stella Rossa Belgrado, dopo aver perso 4-1 all'andata): la curiosità tattica è che Puskas allenatore prediligeva una versione pura del Sistema, non la variante ungherese (quella che oggi definiremmo 'con il falso nove'). Impressionante la potenza del suo sinistro, anche fuori tempo massimo. Dicembre 1996, l'Italia Under 21 di Cesare Maldini (che di lì a poco diventerà c.t. di quella maggiore) si allena a Budapest sul campo delll'MTK e finito l'allenamento cede il posto all'Ungheria. Improvvisamente compare il 69enne Puskas, elegantissimo in giacca e cravatta ed ingrassatissimo anche rispetto ai suoi standard: abbraccio caloroso con Maldini, battute, interviste, poi quasi per scherzo un fotografo ungherese lo invita a simulare un tiro in porta, tanto per rendere più spettacolare il servizio. Puskas allora chiama Gabor Kiraly, ai tempi portiere dell'Under 21, e gli dice di mettersi in porta che gli farà dieci tiri da fuori area. Il promettente numero ungherese (proprio l'altro ieri, a 40 anni, il suo addio alla nazionale contro la Svezia, dopo 108 presenze) ubbidisce e Puskas si toglie il cappotto. Dieci tiri di quell'anziano signore in borghese, da almeno venti metri di distanza: un miracolo di Kiraly e nove gol.