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Johan Cruijff

Solo uno fra i pochi fuoriclasse assoluti e indiscutibili della storia del calcio ha avuto l'intelligenza e la sensibilità per trasmettere la sua idea di calcio: quell'uno è stato Johan Cruijff, che ha lasciato questo mondo a 68 anni a causa del cancro ma che per altri problemi di salute era fuori dallo sport ormai da due decenni. Inutile spiegare chi sia stato, cosa abbia vinto e non vinto. Meno inutile ricordare che lui è stato il primo fenomeno ad essere identificato con le sue squadre, non un diamante in mezzo a compagni di minore talento (certo, era anche questo) ma l'essenza stessa di un tipo di calcio: l'Ajax di Cruijff, l'Olanda di Cruijff, il Barcellona di Cruijff. In comune con gli altri del suo rango (facciamo i nomi: Di Stefano, Pelé e Maradona) ha l'essere stato un uomo pensante, ma rispetto agli altri spicca perché del sistema non è stato strumento né come alfiere né come ribelle: lui ha cercato di cambiare le cose e in parte le ha anche cambiate, creando una scuola. Quella che genericamente noi definiamo 'filosofia del Barcellona' è nata con lui, prima ideologicamente come giocatore e sul finire degli anni Ottanta dalla panchina. Ideologia che non si può ridurre a uno schema: il 3-4-3 flessibilissimo della grande Olanda e del Barcellona di Cruijff allenatore (ma anche in mezza stagione in quello di Guardiola, che poi questo modulo l'ha ripreso al Bayern) sono freccette sulla lavagna, mentre un calcio propositivo e veloce, con giocatori quasi sempre capaci di ricoprire più posizioni, lo si è visto soltanto in poche realtà e tutte passate alla storia. Il calcio di Cruijff era anche presunzione, come presuntuosi sono (devono essere) tutti i campioni: senza questo spirito, questo tendere verso la perfezione, si possono vincere tantissimi trofei ma non si lascia niente al di fuori del recinto del tifo.