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Mihajlovic e i tecnici da Berlusconi

Con altri allenatori la buona prova del Milan al San Paolo avrebbe fatto scrivere articoli sul futuro ma è ormai chiaro a tutti, soprattutto a lui stesso, che sulla panchina rossonera Sinisa Mihajlovic ha soltanto un presente. Il terzo posto, comunque ancora a otto punti di distanza e con tre squadre da superare, lo farebbe salutare da trionfatore, ma pur sempre salutare. Il serbo si presta perfettamente all'analisi sugli allenatori del Milan dell'ultimo trentennio, perché pur non praticando un calcio spettacolare (sua prima colpa, agli occhi di Berlusconi) e non essendo stato una prima scelta del presidente (seconda colpa), ha dentro di sé quell'aziendalismo innato che nell'ambiente rossonero di solito piace. Quali sono stati dunque, gli allenatori 'di Berlusconi'? Sicuramente Sacchi, preso in serie B da un Parma che giocava bene ma che nemmeno si era avvicinato alla promozione. Sicuramente Capello, che tatticamente non aveva stravolto il calcio di Sacchi ma che ne aveva abbassato il ritmo (allungando molte carriere). Un Capello fatto maturare nella Polisportiva Milan come dirigente e gestore, ma che rimaneva pur sempre uno con un solido passato calcistico anche se non certo da allenatore dei 'grandi'. Sicuramente Ancelotti: indiscutibile come gloria milanista, ancora giovane (43 anni) quando fu scelto, abbastanza intelligente per adattarsi ai tanti giocatori di qualità dell'epoca (un centrocampo con Pirlo, Seedorf e Rui Costa era di qualità leggermente diversa rispetto all'attuale) e abbastanza furbo per dichiararsi la nuova versione del Milan di Sacchi. Sicuramente Seedorf, inventato come guida del Milan dalla sera alla mattina, quando ancora stava giocando nel Botafogo. E quelli non 'da Berlusconi'? Liedholm, pur con tutta la stima, perché veniva da un altro mondo e poi perché se lo era ritrovato dalla gestione Farina. Tabarez, perché scelto da Galliani e già troppo formato come allenatore: anche se al Milan avesse fatto bene, non sarebbe stato 'inventato' dal Milan. Poi fa più letteratura parlare delle differenti idee politiche, che però Tabarez inseriva in un discorso più ampio e decisamente più interessante del partito da votare (da sempre il 'Maestro' sostiene che il calcio e lo sport, schiavi della legge del risultato a ogni costo e nel breve periodo, siano intrinsecamente di destra), ma i risultati dei ritorni di Sacchi e Capello hanno poi dimostrato che il problema non erano le discussioni su Forza Italia. Non era da Berlusconi nemmeno Zaccheroni, scelto da Galliani, senza il fisico da uomo Fininvest (che invece Tabarez aveva) e già con una sua storia calcistica alle spalle. Cesare Maldini era ed è un monumento, ma rappresentò una scelta di emergenza e un omaggio al passato: niente di più lontano del suo calcio rispetto al calcio nella testa di Berlusconi. Terim una suggestione di Galliani che Berlusconi ha presto scaricato, un latro con troppa storia personale alle spalle oltre ad un carattere poco accomodante. Allegri è stato un'altra scelta di Galliani, che Berlusconi ha apprezzato per aziendalismo ma meno per il gioco nonostante la rosa a disposizione fosse inferiore a quella dei tempi d'oro. Due situazioni strane sono quelle di Leonardo e Inzaghi: entrambi vicinissimi a Galliani e allevati come allenatori o dirigenti del futuro, avevano l'immagine giusta per piacere a Berlusconi e infatti gli piacevano molto. Il brasiliano ha fatto bene nell'unica stagione sulla panchina del Milan, prima di cambiare più volte opinione sul suo futuro, il bomber malissimo: due occasioni perse, in ogni senso. Statistica: in trenta anni quattro allenatori di Berlusconi, cinque di Galliani, due omaggi alla storia e due ibridi. Twitter @StefanoOlivari