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Il vero trofeo di Baggio

Roberto Baggio ha appena compiuto 49 anni e la cosa è soltanto un pretesto per ricordare sono più di tre anni che ha abbandonato il calcio in generale e quello italiano in particolare, dopo le dimissioni da presidente del Settore Tecnico della Federcalcio, ai tempi presieduta da Abete, dovute alla scarsa considerazione per il suo piano di rilancio dell'attività di base e dei settori giovanili. Non è un mistero che Baggio goda della stima globale e trasversale, anche rispetto alle tifoserie, degli appassionati di calcio mentre gli addetti ai lavori sono nei suoi confronti sempre stati più freddi (in particolare gli allenatori). L'aspetto che abbiamo sempre trovato straordinario di Baggio è che non abbia mai avuto bisogno di vittorie o di trofei alzati per entrare nel cuore della gente. Non è un caso che le poche volte in cui ha vinto qualcosa non l'abbia certo fatto da protagonista assoluto: dallo scudetto nel suo quinto e ultimo anno di Juventus, quando Lippi non vedeva l'ora di sostituirlo con Del Piero, allo scudetto nel suo primo anno di Milan, con Capello in panchina, dove protagonisti erano senz'altro di più Weah e Savicevic. Fa eccezione la Coppa UEFA 1992-93 in maglia bianconera con Trapattoni allenatore, nella stagione che lo avrebbe portato al Pallone d'Oro. Il palmares si ferma a questo e a una Coppa Italia con la Juve. Per il resto migliaia di riconoscimenti individuali, piazzamenti (su tutti la finale del Mondiale '94) e complimenti. Il vero trofeo di Baggio è la considerazione diffusa di cui gode anche a decenni di distanza dalle sue stagioni migliori. Un miracolo, in un mondo fazioso e con scarsa memoria come il nostro. Un miracolo a cui ha contribuito anche il non essersi riciclato come opinionista, un po' per intelligenza e un po' per timidezza. Twitter @StefanoOlivari