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Mourinho e il Chelsea da buttare

José Mourinho è un'icona pop, prima ancora di un allenatore. Per questo la crisi del suo Chelsea fa più notizia di quella di qualunque altro grande club, non soltanto in Italia dove non si va al di là di pro Inter-anti Inter (cambiate la squadra e la logica rimane la stessa). Dopo la sconfitta con il West Ham e allegato rosso per Mourinho la crisi è diventata una tragedia, sportivamente parlando. Qualche settimana fa lo avevamo inserito in un elenco di grandi allenatori che avevano perso il fuoco sacro, non proprio bolliti ma ormai più adatti a una nazionale o a uno studio televisivo, ma non si può dimenticare che lo scorso maggio questa squadra con lo stesso allenatore aveva vinto la Premier League, con una difesa che a giudizio di tutti era il punto di forza e che invece adesso è fra le peggiori della lega. Invece Terry è finito, Ivanovic è calato, eccetera... Troppi mezzi giocatori sopravvalutati, da Oscar a Willian? È il problema di un po' tutta la Premier League, dove l'aumento dei soldi da spendere non hanno aumentato il numero di campioni nel mondo. Troppi nemici quest'anno anche interni, dopo il caso Carneiro? Forse, ma nessuno ha il suo contratto e fino al 2019, per non parlare del rapporto diretto con Abramovich. Forse Mourinho ha bisogno di un'altra sfida, come un Mondiale da vincere contro tutti con una nazionale fuori dai giri giusti come il Portogallo. Se rimane attaccato al Chelsea si trasformerà lentamente in un Wenger, senza nemmeno la buona stampa dell'alsaziano. 2. Il linciaggio, per fortuna soltanto verbale, che Firenze ha riservato a Mohammed Salah, deve far riflettere sull'asimmetria che c'è fra il pubblico del calcio e i suoi molto provvisori idoli. Salah arrivò a Firenze lo scorso febbraio nell'ìnsieme dell'affare (per la Fiorentina) che portò Cuadrado al Chelsea: prestito fino a giugno, con possibilità di riscatto da parte dei viola per 15 milioni. Contestualmente Salah e l'amministratore delegato della Fiorentina Mencucci avevano firmato un altro documento, che citiamo testualmente: "Per il contratto di ingaggio siglato il 2 febbraio 2015 tra Fiorentina e calciatore non dovrà essere considerato il consenso di Salah alla clausola di prestito siglata tra il club e il Chelsea che consente alla Fiorentina l'opzione di estensione del periodo di prestito e dell'eventuale acquisto a titolo definitivo. Il club non è autorizzato ad esercitare questi diritti senza che il calciatore non esprima in forma scritta la volontà di restare in viola anche per la stagione 2015-2016". Traduzione: la Fiorentina poteva esercitare il diritto di riscatto anche contro la volontà del Chelsea, ma non contro quella di Salah. Parentesi: non ci sarebbe stato nemmeno bisogno della scrittura privata, nessun professionista del calcio può vedersi cedere il contratto contro la propria volontà. Ma il punto è un altro: se Salah nei pochi mesi in viola avesse fatto schifo sarebbe stato rispedito a Londra senza problemi e nessuno a Firenze lo avrebbe rimpianto. Invece il suo mercato è aumentato e ha effettuato la scelta che ha ritenuto migliore per la propria carriera. Dov'è il crimine? 3. L'allenatore è l'unica persona criticabile all'interno di un club, per motivi mille volte elencati dal Guerino, ma con Massimiliano Allegri si sta andando oltre. Ed il caso Dybala è in questo senso emblematico, visto che prima della partita con l'Atalanta si imputava al tecnico livornese lo scarso impiego di un giocatore preso dal Palermo per 40 milioni di euro. Senza che nessuno in società, nemmeno quel direttore generale-fenomeno che acquista consapevolmente 'non fenomeni', lo difendesse. Ma il 'sottoutilizzato' Dybala già l'altroieri era l'attaccante bianconero più utilizzato, più di gente non scarsa come Morata, Mandzukic e Zaza. Poi Dybala ha giocato e segnato contro l'Atalanta, urge quindi un nuovo pretesto per canalizzare la rabbia repressa contro l'unico obbiettivo disponibile. 4. La morte di Paride Tumburus ci ha ricordato la carriera di un buon difensore, arrivato anche alla Nazionale nello sfortunato Mondiale del 1962 (lui nella battaglia di Santiago era in campo, fu tra i nove che finirono la partita con il Cile dopo le espulsioni di Ferrini e David) e consegnato ai posteri dallo scudetto bolognese 1963-64. Ma ci ha anche ricordato che la sua, quella dei nati alla fine degli anni Trenta, è l'ultima generazione di calciatori in bianco e nero, dei quali si fatica a ricordare la faccia a meno di non avere in casa un Panini d'epoca. Da Mexico 1970 abbiamo un ricordo a colori un po' farlocco, perché gli italiani quelle immagini in diretta le videro in bianco e nero, mentre soltanto videocassette e dvd ci avrebbero dato un ricordo più realistico e caldo. Però se Tumburus era nostro padre, Rivera, di soli quattro anni più giovane, era nostro fratello. La prossima generazione di morti, insomma, ci darà un brivido di morte in più. Twitter @StefanoOlivari