Calcio

Bandiere al vento / Franco Baresi

Convivere con un talento straordinario, ma dover lottare per guadagnarsi credibilità ed essere valorizzato. Alla faccia della vita, che gli ha riservato sofferenza. Alla faccia di qualcuno, che voleva cambiarlo a tutti i costi senza assecondare la sua natura. Questa è la storia di Franco Baresi, immenso libero del Milan per un ventennio, tra i campioni più puri del calcio italiano. Nato a Travagliato (Brescia) l’8 maggio 1960, non convince Italo Galbiati ad un provino dell’Inter. L’anno seguente però, quando Galbiati passa sulla sponda rossonera, dice di sì a quel ragazzo magrolino ma dalle già notevoli doti tecniche. Rimane orfano del padre in modo tragico. L’allenatore della prima squadra Marchioro lo fa debuttare in prima squadra nel campionato 1977-78: le iniziali riserve di alcuni senatori titolari (non Rivera, da subito suo sostenitore) evaporano in fretta. Nel torneo successivo, il nuovo tecnico Liedholm lo impone al posto di Turone davanti ad Albertosi per lo Scudetto della stella. Franco, che per la presenza del fratello maggiore Giuseppe all’Inter viene inquadrato dall’Almanacco e dalle Figurine Panini come Baresi II, si rivela tra i migliori giovani italiani. Conosce la Serie B che il Milan vive in seguito al Calcioscommesse (1980) e alla retrocessione sul campo (1982), ma non si immagina con una maglia diversa e rifiuta tutti gli estimatori. Diventa così un simbolo rossonero. Si afferma come libero ma, inspiegabilmente, il Ct azzurro Bearzot lo vede come centrocampista. È tra i ventidue iridati in Spagna, senza giocare. Palesemente fuori ruolo, Baresi delude quando il selezionatore lo schiera in campo. Il culmine della questione Baresi-Bearzot avviene alle Olimpiadi di Los Angeles: il milanista, spesso ripreso e criticato, litiga con il Ct dicendo così addio alla maglia azzurra. Ma in realtà è solo un arrivederci. Sì, perché Baresi matura e risale la china con l’avvento di Berlusconi al Milan, dove nel giro di pochi anni incontrerà la gloria dopo tanti bocconi amari. Non vive un rapporto sereno con Arrigo Sacchi, nonostante i successi, a causa dell’ossessività e l’eccessiva applicazione del tecnico di Fusignano. La nuova gestione della Nazionale targata Vicini lo vede titolare indiscusso e vive da protagonista le incompiute avventure di Euro ‘88 e Italia ‘90. Guida da insuperabile ultimo baluardo la difesa del Milan e dell’Italia in tante battaglie, solleva da capitano i trofei europei e mondiali in rossonero e indossa la fascia della Nazionale dopo l’accantonamento di Bergomi. Rimane emblematica la sua grandezza caratteriale, oltre che tecnica, dimostrata in occasione della Coppa del Mondo 1994: durante le eliminatorie viene convinto a ritornare per salvare la difesa azzurra in crisi e poi si infortuna ad inizio torneo al menisco, si opera, recupera la forma a tempo di record e ritorna in tempo per la finalissima con il Brasile. Disputa una partita mostruosa, ma tira alle stelle uno dei rigori che decidono la storia, lasciandosi andare alla fine a commoventi lacrime. Chiude con l’azzurro dopo 81 presenze e una rete, lasciando l’agonismo nel 1997 con tutti i record di presenze nel Milan battuti poi solo da Maldini. Con una toccante partita d’addio, la società ritira la sua mitica maglia numero 6. Resta nei quadri rossoneri come tecnico delle giovanili, prima di vivere una breve esperienza al Fulham come direttore sportivo nel 2002. Ritornato poi in rossonero, entra nella Direzione Marketing del Milan nel 2008, ruolo che ricopre tuttora. Fabio Ornano Già pubblicati: Tony Adams, Aurelio Scagnellato, Ricardo Bochini, Giovanni De Prà, Sandro Mazzola, Julen Guerrero.