Calcio

Brasile 1950, quando gli azzurri viaggiavano in barca

Negli occhi i resti della tragedia di Superga, nel cuore la paura che potesse succedere nuovamente qualcosa. Era passato poco più di un anno da quando la sorte decise di strappare i campioni del Grande Torino alle vittoriose domeniche del Filadelfia. L’impressione fu tale che i vertici della Federazione costrinsero gli azzurri a raggiungere il Brasile via mare. Le voci e i ricordi di Egisto Pandolfini ed Emilio Caprile, che hanno vissuto in prima persona il Mondiale del Maracanaço, si fondono per diventare pregiata testimonianza e per tracciare un delizioso affresco di una storia nella storia. «Dopo aver pranzato a Roma con il sottosegretario Giulio Andreotti, ci siamo diretti a Napoli e da lì siamo partiti. Eravamo una cinquantina tra atleti, dirigenti e amici». Il surreale incipit dell’avventura brasiliana della nostra Nazionale inizia in questo modo, a bordo della motonave Sises. «Abbiamo viaggiato insieme alle persone comuni anche se noi stavamo sul ponte più alto, che era proibito al resto dei passeggeri. C’erano delle scalette che ci permettevano di raggiungere anche gli altri piani». La chiacchierata assume i toni grotteschi di una commedia all’italiana quando l’accento toscano di Pandolfini e quello ligure di Caprile spiegano il tipo di preparazione atletica eseguita durante la traversata. «La nave non era grandissima. Ci allenavamo in poppa e tutti i palloni che avevamo con noi finirono in mare prima dello scalo alle isole Canarie e dati in pasto ai delfini. Lì probabilmente capimmo che al Mondiale brasiliano non saremmo potuti arrivare molto lontano. C’era chi giocava a carte e chi a ping-pong. C’era anche chi, come Lorenzi, interrompeva la noia delle due settimane di viaggio con degli scherzi in piscina». L’unica partita di allenamento degli azzurri viene giocata l’8 giugno a Las Palmas, quattro giorni dopo la partenza. «Finalmente due calci al pallone sulla terraferma, ma il risultato non cambiò. Con questo tipo di preparazione non vi diciamo la fatica che tutti sentirono durante l’esordio contro la Svezia». Una delle poche note positive della spedizione è l’arrivo a Rio. «L’accoglienza brasiliana è stata molto calorosa. Oltre a vedere moltissimi tifosi italiani sulle loro barche davanti al porto, siamo stati colpiti dalla presenza del relitto di una nave in una insenatura. Come se non fossimo già sazi». Il Mondiale brasiliano della ricostruzione postbellica, del gol di Ghiggia, della prima volta degli inglesi e del curioso episodio dei giocatori indiani, ritiratisi perché la FIFA impose loro (abituati a giocare a piedi nudi) di indossare delle scarpe, si esaurisce per la Nazionale italiana in una sola settimana. «La sconfitta nella prima partita contro la Svezia ci spedì a casa. La nostra era sì una squadra impostata male, ma c’è da dire anche che la confezione e le regole del torneo, in quegli anni, non erano granché». Le esclusioni, infatti, portarono alla formazione di due gironi da quattro squadre, uno da tre e uno addirittura da due. Non resta che tornare a casa, ma stavolta nessuna nave. «Per la prima volta in vita mia salii su un aereo – dice Pandolfini -. Diciotto ore di volo senza il permesso delle nostre famiglie. La Federazione ci aveva garantito che saremmo tornati in nave, c’è stata una mancanza di responsabilità da parte loro». Tra i passeggeri, però, non figura Lorenzi. «Ah, il mio amico Veleno! Optò nuovamente per l’interminabile traversata». Arriverà in Italia solamente un mese dopo. Adriano Lo Monaco @damorirne