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Berlusconi e lo straniero

Impossibile dare una corretta valutazione a una società di calcio nemmeno quotata in Borsa, al di là di considerazioni sul premio di controllo, quindi si può affermare indifferentemente che il pacchetto di maggioranza del Milan valga 150, 500 o 900 milioni di euro, senza che nessuno ti possa smentire. Il prezzo giusto è soltanto quello che Berlusconi accetterà, dopo avere valutato le offerte dei vari Bee e Lee, personaggi concreti (soprattutto Lee) ma anche chiaramente strumentali ad aprire un'asta che al momento ha meno partecipanti del previsto. Di certo c'è che che l'ultimo esercizio si è chiuso con una perdita di 91,3 milioni e che la spiegazione tecnica (negli ultimi due anni la Finivest non si è accollata circa 37,4 milioni di rosso) è un po' tirata per i capelli perché le società fanno capo sempre alla stessa persona. Che dal 1986 a oggi ha speso per il Milan, riferendoci soltanto a cifre ufficiali (basta pensare al caso Lentini-Borsano per fare una proporzione con la realtà), più di 700 milioni di euro senza attualizzazioni o altre correzioni. Da notare che il compratore del 2015 avrà in mano una società fuori dall'Europa oggi e anche domani, situazione che comunque non va sopravvalutata (è vero che la Champions porta minimo 40 milioni fra ricavi diretti e indotto, ma costruire una squadra da Champions costa senz'altro di più), con una rosa modesta e senza la possibilità di alcuna cessione eccellente per evitare ricapitalizzazioni (negli ultimi anni in media intorno ai 50 milioni a stagione). Più importante di tutto è la situazione personale di Berlusconi, che sta vendendo cercando di non svendere ormai quasi tutto il suo impero, per giocarsi con le mani libere e i figli sistemati le ultime partite politiche della sua vita (o andare ad Antigua, nella peggiore delle ipotesi): da Mediaset a Mediolanum, tutto è trattabile. A maggior ragione il Milan, dove il bonus dovuto alle cinque Champions League e a tutto il resto durerà in ogni caso per sempre: impossibile che la contestazione della curva, con genuinità sempre da asteriscare, vada oltre Galliani. E quindi? Per ricostruire il Milan anche solo di due anni fa, quello che andava tranquillamente in Champions con Allegri in panchina, bisognerebbe intaccare il patrimonio di famiglia per centinaia di milioni, senza garanzie sul risultato. Per questo la società rossonera sta per passare di mano, senza che alcun gruppo milanese o italiano si sia fatto davvero avanti. La cosa più triste è questa, saremo arretrati ma non troviamo niente di bello nel fatto che un grande club italiano venga controllato da stranieri che oltretutto mettono la faccia per conto di altri. L'abbiamo già scritto per Roma e Inter? Lo riscriviamo, per quel poco che conta. Il Berlusconi non diciamo degli anni Ottanta, ma anche soltanto di pochi anni fa, avrebbe capito il potenziale simbolico e politico del mantenere il controllo del Milan, che il Berlusconi attuale considera piuttosto come una grana. Un guizzo di orgoglio e fantasia è ancora possibile, ma non probabile. Poi, con calma, i tanti cantori dei 'nuovi mercati' spiegheranno perché il grande progetto degli asiatici (quotare il Milan in Borsa, quindi sostanzialmente gestirlo con i soldi di altri) per reperire capitali non possa essere messo in pratica dalla Fininvest. In fondo a metà degli anni Novanta il Berlusconi televisivo si salvò dal fallimento proprio in questo modo. Twitter @StefanoOlivari