Don Nelson, l'uomo del futuro

Cinque anelli da giocatore, 1.335 vittorie da allenatore e nessun titolo NBA in panchina. Ha lasciato un'eredità che va oltre i trofei: l'idea che nel basket un giocatore debba essere definito da ciò che sa proporre, non dal ruolo che gli è stato assegnato
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Don Nelson, l'uomo del futuro
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Alessandro Fracassi/EdipressAlessandro Fracassi/Edipress

Pubblicato il 12 agosto 2026, 20:00 (Aggiornato il 13 ago 2026 alle 12:16)

Don Nelson è stato uno degli allenatori più originali e influenti della storia della NBA. Il suo limite, paradossalmente, fu spesso quello di avere ragione troppo presto. Quando gli altri ragionavano in base ai cinque ruoli tradizionali, Nelson si chiedeva soprattutto che cosa sapesse fare davvero ogni giocatore e come sfruttarne le caratteristiche. È morto il 9 agosto a 86 anni, dopo una carriera da giocatore, coach, dirigente e scopritore di talenti. Non ha inventato tutti gli elementi del basket moderno, ma ha avuto il coraggio di sperimentarli prima che diventassero normali. La sua filosofia era semplice: una squadra non va costruita attorno alle etichette dei giocatori, bensì attorno ai vantaggi che questi possono creare.

 

Prima di tutto, un Celtic

Nelson arriva in NBA nel 1962 e tre anni dopo inizia la sua avventura ai Boston Celtics di Red Auerbach e Bill Russell. Non è una superstar, ma diventa un giocatore prezioso per la sua capacità di difendere, tirare e fare ciò che serve alla squadra. Nel 1969, nella decisiva gara-7 delle Finals contro i Lakers, firma anche uno dei canestri più celebri della storia dei Celtics: una sua conclusione dalla media distanza rimbalza sul ferro e ricade dentro, portando Boston avanti nel finale. Quel tiro contribuisce al successo per 108-106 e al suo quinto titolo NBA, in una delle partite più iconiche della storia della franchigia. Sul parquet del Boston Garden non solo trionfa, ma impara una lezione fondamentale: il talento individuale conta soprattutto quando riesce a trasformarsi in un vantaggio collettivo. L'esperienza in canotta Celtics contribuisce a formare la sua futura filosofia da allenatore. Gli interessa capire chi sia il giocatore più forte, ma soprattutto come utilizzare al meglio ciò che ciascuno sa fare. Nel 1978 dice basta al basket giocato. Boston ritira il suo numero 19: il futuro di Nellie in panchina è appena iniziato.

 

La domanda prima della risposta

Dopo il ritiro da giocatore, Nelson inizia la carriera da allenatore e a Milwaukee comincia a mettere in discussione i ruoli tradizionali. Si chiede perché una guardia debba necessariamente portare palla, perché un'ala debba restare sul perimetro e perché un lungo debba giocare vicino al canestro. La risposta arriva soprattutto attraverso Paul Pressey, un'ala di 1,96 metri dotata di palleggio, visione e capacità di passaggio. Nelson decide di affidargli il compito di organizzare l'attacco, trasformandolo di fatto in un playmaker. Nel 1984 nasce così il ‘point forward’: un giocatore con il fisico e le caratteristiche di un'ala, ma con responsabilità da regista. Pressey diventa il miglior assistman dei Bucks per cinque stagioni consecutive. L'intuizione è destinata a diventare una caratteristica del basket moderno: giocatori come LeBron James, Giannis Antetokounmpo e Draymond Green dimostreranno quanto possa essere efficace affidare la costruzione del gioco a profili che non sono playmaker tradizionali.

 

 

Nellie Ball

A San Francisco, con i Golden State Warriors, Nelson sperimenta e crea, dando vita al ‘Nellie Ball’, un sistema di gioco basato su velocità, tiro, spazio, transizione e quintetti piccoli. L'obiettivo non è semplicemente schierare giocatori di bassa statura, ma avere cinque uomini difficili da classificare e quindi complicati da marcare. Se un lungo avversario resta vicino al canestro, il suo uomo può uscire e tirare. Se lo segue, lascia spazio alle penetrazioni. Se la difesa cambia, si può attaccare il nuovo mismatch. Il principio è costringere l'avversario a scegliere quale vantaggio concedere. La squadra simbolo è quella del Run TMC, storico trio formato da Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin. Nel 1990-91 Golden State segna 116,6 punti di media e costruisce una pallacanestro veloce e spettacolare. Nei playoff elimina San Antonio al primo turno, ma viene fermata dai Lakers nelle semifinali di Western Conference. Il ‘Nellie Ball’ incanta, affascina i tifosi ma presenta anche dei limiti strutturali: i quintetti piccoli possono soffrire a rimbalzo e in difesa. All'epoca si trattava di un limite, eppure molte delle intuizioni di Don Nelson diventeranno fondamentali decenni dopo: small ball, giocatori intercambiabili, switching, tiro da tre e quintetti capaci di giocare senza un centro tradizionale.

 

La metaforfosi di Dirk

Nelson trova un'altra conferma della bontà delle sue idee con Dirk Nowitzki. Quando il tedesco arriva a Dallas nel 1998 è un ventenne alto 2,13 metri, talentuoso ma ancora inesperto e in difficoltà nel suo primo impatto con la NBA. Nelson decide di non trattarlo come un lungo tradizionale: se Nowitzki sa tirare da fuori, può giocare lontano dal canestro; se sa palleggiare, può attaccare i difensori più lenti. In questo modo nasce un problema nuovo per le difese: un giocatore abbastanza alto da essere marcato da un lungo, ma abbastanza tecnico da poterlo attaccare sul perimetro. Già nella stagione 1999-2000 Nowitzki tenta 306 triple, più del doppio del precedente record stagionale per un giocatore della sua altezza. Con il tempo svilupperà anche il palleggio, il gioco dalla media distanza, il post e il celebre fadeaway. Altri allenatori contribuiranno alla sua definitiva maturazione e consacrazione, ma Nelson gli offre una libertà decisiva: non costringerlo dentro i confini del ruolo tradizionale. Nowitzki diventerà MVP, campione NBA nel 2011 e uno dei più grandi giocatori europei della storia. La grande intuizione di Nelson non fu sapere esattamente quale giocatore sarebbe diventato Dirk: fu avere il coraggio di non impedirgli di scoprirlo.

 

Il lato scomodo: le frizioni con Chris Webber

Nelson era anche un allenatore testardo, diretto e a volte difficile da gestire. Il caso di Chris Webber spiega nel modo migliore un lato negativo della sua vulcanica personalità. Webber, scelto da Golden State nel Draft del 1993, entrò presto in conflitto con Nelson per il modo in cui veniva utilizzato. Dopo una stagione da Rookie of the Year, chiese di essere ceduto e nel 1994 venne mandato a Washington. Anni dopo, Nelson riconobbe di avere avuto una responsabilità nella rottura del rapporto. Disse che avrebbe dovuto essere lui, in quanto adulto e allenatore, a cercare un dialogo migliore con il giovane giocatore. L'episodio mostra una contraddizione importante: Nelson sapeva vedere possibilità nei giocatori che altri non vedevano, ma non sempre riusciva a gestire allo stesso modo le persone che aveva davanti. Nel 2008 Webber tornò comunque ai Warriors per le ultime nove partite della carriera e ritrovò proprio Nelson, con cui trovò il modo di ricucire il rapporto.

 

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Il numero più importante della carriera di Nelson da allenatore è 1.335, le vittorie in regular season ottenute in 31 stagioni sulle panchine di Milwaukee, Golden State, New York e Dallas. Nelson raggiunge il record nel 2010 e lo mantiene per dodici anni: nel 2022 viene superato da Gregg Popovich, che era stato suo assistente a Golden State all'inizio degli anni Novanta. È un simbolico passaggio di consegne: l'allenatore che Nelson aveva contribuito a lanciare finisce per superarlo nella classifica dei successi. Nelson resta comunque il secondo allenatore di sempre per vittorie in regular season. Ha conquistato tre premi di Coach of the Year, è entrato nella Hall of Fame nel 2012 e ha vinto cinque titoli da giocatore. Ha inoltre guidato gli Stati Uniti all'oro mondiale nel 1994 in Canada. C'è però un dato che manca: zero titoli NBA da allenatore. Nella lega più prestigiosa del mondo, la vittoria del campionato resta il principale metro con cui viene misurata la carriera di un tecnico. Nelson ha costruito squadre forti e innovative, ma non è mai riuscito a portarle al titolo. Il suo bilancio è quindi più complesso di quello di un semplice vincente o perdente: la sua influenza sulla pallacanestro giocata è stata molto più grande del numero dei trofei conquistati da coach.

 

“We believe!”

Forse la dimostrazione più evidente della capacità di Nelson di costruire una squadra attorno alle proprie caratteristiche arriva nel 2007, quando torna a Golden State per la seconda volta. I Warriors sono ottavi a Ovest e affrontano al primo turno i Dallas Mavericks, testa di serie numero uno e reduci dalla finale NBA dell'anno precedente. Dallas ha Dirk Nowitzki, appena nominato MVP della regular season, ed è considerata una delle principali candidate al titolo. Golden State ci crede e affronta i Mavericks impostando la serie sulla velocità, sul tiro e sulla capacità di mettere continuamente in difficoltà i lunghi avversari. Trascinati da Baron Davis, Stephen Jackson e Jason Richardson, i Warriors vincono 4-2 contro ogni pronostico e diventano la prima ottava testa di serie a eliminarne una prima al meglio delle sette partite. È una delle più grandi sorprese nella storia dei playoff NBA. In semifinale di Conference arriverà l'eliminazione per mano degli Utah Jazz, ma il successo di Don Nelson contro Dallas ha un significato personale: estromette dal post-season la squadra costruita attorno a Nowitzki, il giocatore che aveva contribuito a sviluppare a Dallas e che proprio nel 2007 aveva conquistato il premio di MVP. Non è il titolo che gli era sempre mancato, ma è una delle migliori dimostrazioni di ciò che il suo basket poteva produrre quando le condizioni erano quelle giuste. Lo stesso Nelson, qualche anno dopo, contribuisce a sostenere la scelta di Stephen Curry da parte dei Warriors nel Draft 2009. Una sliding door che cambia completamente la storia di Golden State e della stessa NBA negli anni successivi.

 

 

Il basket della normalità

Oggi nessuno si sorprende davanti a un centro che tira da tre, a un'ala che porta palla o a un giocatore alto che difende su un esterno. Sono caratteristiche diventate ordinarie nel basket moderno. Nelson non ha inventato lo small ball, il tiro da tre o il basket senza posizioni, ma ha avuto il merito di combinare e sperimentare queste idee prima che diventassero parte del linguaggio comune della pallacanestro mondiale. La sua convinzione fondamentale era che un giocatore dovesse essere valutato per ciò che sapeva fare, non soltanto per la posizione indicata sul tabellino.

 

L'ultimo canestro

Don Nelson è entrato nella NBA come una scelta del terzo giro di un Draft nel 1962, ha giocato con Bill Russell, imparato da Red Auerbach e vinto cinque titoli. Da allenatore ha conquistato 1.335 vittorie e tre premi di Coach of the Year, senza mai vincere il campionato. Fermarsi ai numeri, però, significherebbe perdere il punto centrale della sua carriera. La sua intuizione più importante non è stata una singola tattica, ma un modo diverso di guardare il gioco. Perché un lungo deve giocare da lungo? Perché una guardia deve comportarsi da guardia? Perché cinque giocatori devono necessariamente corrispondere a cinque ruoli? Nelson non ha avuto ragione su tutto. Alcune delle sue squadre hanno mostrato i limiti delle sue idee e il suo modo di allenare ha creato conflitti che avrebbero potuto essere evitati. Eppure ha continuato a spostare i confini della sua filosofia tattica, costringendo avversari, giocatori e allenatori a confrontarsi con possibilità che, anni fa, sembravano eccentriche. Quando quelle possibilità sono diventate comuni, il suo lavoro era già stato portato a termine.

 

 

 

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