L'ultimo giro di Harden

La fine del mercato NBA, la A2 senza Bergamo, la roulette di Monte Carlo, la Coppa Italia di Gherardini 
L'ultimo giro di Harden
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Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 10 febbraio 2026, 10:39

La fine del mercato NBA non ha riservato sorprese enormi, in fondo nemmeno il passaggio di James Harden dai Clippers ai Cavaliers lo è stata, o comunque lo è stata meno della trade che ha spinto Trae Young a Washington. E come avviene da due anni a questa parte, i mille discorsi sul futuro di Antetokounmpo sono rimasti parole, anche sue, e congetture. Di sicuro il trentaseienne Harden, al netto dei complicati incastri finanziari e salariali che lo hanno portato via dai Clippers, è in un contesto in cui in teoria può vincere già adesso, fra Donovan Mitchell, Mobley, Allen e tutto il resto. Curiosità per cosa farà Porzingis agli Warriors, che sognavano Antetokounmpo, per Vucevic ai Celtics, in una lega in cui i Thunder campioni (dove è arrivato il promettente ma non ancora concreto Jared McCain) sono messi benissimo sia per il presente sia per il futuro. 

Dopo la Serie A che perde Trapani e si riduce a 15 squadre, adesso la Serie A2 che perde Bergamo e si riduce a 19. Due situazioni molto diverse, sia pure accomunate dal ritardo nei pagamenti degli stipendi, con un finale diverso anche per la forma: la Shark è stata infatti buttata fuori dalla FIP, mentre la Blu Basket 1971 si è ritirata quasi all’improvviso, con coach Ramagli che meno di una settimana fa parlava della trasferta di Brindisi. Il cosiddetto progetto, perché nel linguaggio cialtronese ‘progetto’ è la parola più usata, era iniziato nel 2024, da quando Stefano Mascio aveva portato la Blu Basket Treviglio a Orzinuovi (che fra parentesi è in provincia di Brescia), per una stagione di transizione, e l'aveva poi spostata a Bergamo con grandi ambizioni, basate anche sulla ChorusLife Arena e confermate da giocatori per la A2 dagli ingaggi pesanti come D’Angelo Harrison, Jarvis Williams, Udom, Bossi, eccetera. Ingaggi peraltro non pagati da tre mesi da un club che tutti hanno percepito come artificiale, senza radicamento e in definitiva senza tifosi anche se non sono stati i tifosi il principale problema. 

Il peccato originale è ovviamente che al di fuori degli Stati Uniti la pallacanestro sia, ad ogni livello, un cattivo affare e che quindi certi personaggi nel breve periodo vengano omaggiati, anche senza arrivare a Mimmo Barbaro (bastano Mascio e Antonini). Clamoroso anche il caso del Monaco, in meno di un mese passato da squadra al vertice del’Eurolega, con Spanoulis a guidare Mike James, Mirotic e gli altri, al rischio fallimento fra debiti, sanzioni da parte dell’Eurolega stessa e crollo nei risultati con giocatori che si guardano intorno. Al punto che lo scenario più credibile è quello di un intervento di Alberto di Monaco, insomma del Principato, per salvare la stagione (ormai al confine dell’uscita dalla zona Play-In, per la gioia dell'Olimpia rientrata in corsa) e l’immagine, nonostante la proprietà sia di un finanziere russo con passaporti ungheresi e uruguayani. 

La presentazione della prima Coppa Italia dell’era Gherardini-Bargnani, per la quarta edizione consecutiva a Torino (dal 18 al 22 febbraio), con 30.000 biglietti già venduti e le giornate di sabato e domeniva vicine all’esaurito, ha mostrato qualche segnale di vita di una Lega che non fa veri passi in avanti dai tempi di Gianni De Michelis, intendiamo come modello di business. Siamo sempre al ricco o allo sponsor che devono ripianare le perdite, con un prezzo medio per biglietto bassissimo e diritti televisivi con cui a malapena si paga uno dei sei stranieri (pardon, non formati) e certo non li migliore dei sei. Al di là del lodevole tentativo di coinvolgere più aziende nel basket, sul modello del volley, alla Serie A manca ancora un cambio di filosofia che non renda ‘sostenibilità’ una parola vuota.

stefano@indiscreto.net
 

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