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Importanza di Dan Peterson

Stefano Olivari
Pubblicato il 9 gennaio 2026, 14:12
I 90 anni di Dan Peterson sono quasi incredibili, per il modo in cui ci è arrivato uno dei personaggi chiave della storia della pallacanestro italaina. Giusta quindi l’overdose di celebrazioni e anche di autocelebrazioni, visto che dal 1987, da quando con un po’ troppo anticipo lasciò la carriera di allenatore, Peterson è spesso l’argomento principale degli interventi, degli articoli e dei libri di Peterson. Inutile spiegare, anche ai più giovani, chi sia e cosa abbia vinto, mentre troviamo giusto riflettere sull’impatto che ebbe nel 1973 quando davvero da un altro mondo (allenava il Cile) l’avvocato Porelli lo prese per la Virtus Bologna. Peterson è stato il primo grande allenatore-allenatore del nostro basket, diversissimo dalle due categorie allora imperanti, quella degli ex giocatori praticoni e quella degli insegnanti di educazione fisica (allora senza complimenti chiamata ‘ginnastica’) con smania di educare anche i più grandi. Peterson è stato un superprofessionista, uno che ha aperto una strada agli allenatori più giovani di lui (compreso l’arcirivale Bianchini) e fatto vedere la luce a generazioni di giovani.
Addio a Iuliana, anche se tutti la chiamavano Uliana, Semionova (qui il cognome tradotto dal cirillico è quasi un’opinione, nel mondo anglofono era Semenova), una delle giocatrici più vincenti di sempre, dai due ori olimpici con l’Unione Sovietica (lei era lettone) a tutto il resto, e di sicuro la più immarcabile mai vista per questioni di stazza (2.13) e di superiorità delle squadre in cui giocava, ovviamente l’URSS degli anni Settanta e Ottanta ma anche il Daugawa Riga vincitore di 11 Coppe dei Campioni. E quando quello squadrone saltò un giro vinse il GEAS di Mabel Bocchi, che per sua sfortuna (la fuoriclasse italiana era 1.86, all’epoca altezza notevole) spesso si trovava a marcare la Semionova, che fra le altre cose era una grandissima realizzatrice (contro il GEAS una volta ne fece 54) e una sorta di centro-boa in una pallacanestro molto tattica, a fatica paragonabile al tiro a segno di oggi. I tanti record non raccontano la sua superiorità rispetto alle coeve, anche americane (nelle pochissime occasioni di confronto), ma basti sapere il numero di partite perse dal 1968 al 1985 dall’Unione Sovietica con la Semionova in campo: zero.
Come sta andando Simone Fontecchio? Male. La stagione nei Miami Heat del miglior giocatore italiano degli ultimi anni era iniziata con prospettive e minutaggi ben diversi da quelli delle scorse settimane: colpa di percentuali da tre crollate (nella nostra testa FIBA Fontecchio è un giocatore completo, nella NBA può invece sopravvivere solo come tiratore), di piccoli problemi fisici e soprattutto di una concorrenza che rendere difficile a Spoelstra gestire tutti fra Jaquez, Jovic, Powell, Larsson, Johnson, eccetera. Fra l’altro quasi tutta gente che guadagna meno di lui, ottavo nel payroll degli Heat con 8,3 milioni di dollari lordi che fanno capire perché non possa tornare subito in Europa. Dove, se ragioniamo sul netto, soltanto Micic e Nunn guadagnano questa cifra.
stefano@indiscreto.net
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