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Oltre i 73 di Doncic

Oltre i 73 di Doncic

La clamorosa prestazione della stella dei Mavericks rilancia il dibattuto sulle clamorose statistiche della NBA moderna. È vera gloria? 

30 gennaio

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Nella NBA di oggi si sta segnando troppo? I 73 punti segnati da Luka Doncic contro gli Hawks sono arrivati in una stagione regolare che in singole partite aveva già visto i 70 di Embiid, i 64 di Antetokounmpo, i 62 di Booker e di Towns, eccetera. Classifica da aggiornare nei prossimi mesi, vista l’atmosfera da smobilitazione, quando non direttamente da tanking, di molte squadre, su tutte i Pistons dove è finito Danilo Gallinari. Ma al di là del record della stella dei Dallas Mavericks, terza prestazione individuale all time dietro ai 100 di Chamberlain e agli 81 di Kobe Bryant, a pari merito con i 73 di David Thompson, la domanda è interessante perché riguarda la qualità del gioco e ciò che da questo gioco ci si aspetta.

Prima di tutto i numeri. Che dicono che sì, la stagione NBA 2023-24 è quella nella storia moderna, quella con la NBA fenomeno mondiale, in cui si è segnato di più: 115.6 punti di media a partita per squadra. Per trovare una media superiore bisogna risalire al 1969-70, in un contesto molto diverso: sempre 82 partite di stagione regolare, ma disputate da sole 14 (!) squadre. Di sicuro la media attuale si inserisce in una tendenza all’aumento iniziata dal 2004-05 e decisa, si può dire, a tavolino dall’allora commissioner David Stern per combattere i bassi punteggi che a suo giudizio, ed anche a quello di molti proprietari, limitava lo spettacolo. Una tesi discutibile per i veri appassionati, che in ogni caso non furono consultati e così proprio nel 2004 cambiò la regola sull’hand checking: nella sostanza al difensore non fu più consentito di toccare l’attaccante con le mani, nemmeno in maniera non fallosa. Il risultato fu che si passò da 93.4 punti di media per squadra a 97.2. Gradualmente si è arrivati alle cifre attuali, che moltiplicate per due squadre significano circa 40 punti a partita in più rispetto non alla preistoria ma al primo anno di LeBron James in questa lega. Impressionante. Ma perché?

Non tutto si può spiegare con regole e arbitraggi che favoriscono gli attaccanti, senza contare la differente interpretazione dell’infrazione di passi: non una differenza vera e propria con la pallacanestro FIBA ma il non considerare il passo di raccolta nel conteggio dei passi. Basta guardare una media partita di stagione regolare per intuire che anche questa interpretazione estensiva è sfuggita di mano, unita ad altre finezze (l’aggiustamento dei piedi dopo uno step-back, movimento sempre più usato) che sommate fanno davvero la differenza con il gioco ‘di una volta’, qualsiasi cosa voglia dire. Non è quindi vero che nella NBA non si difende, come vuole il luogo comune, ma è vero che le difese sono sempre più penalizzate dalla filosofia offensivistica della lega e soprattutto dall’allargamento del campo dovuto al maggior numero di giocatori in grado di metterla da tre con una certa continuità. Difese che devono coprire più campo per difendere sul perimetro significano anche canestri da sotto più facili. Ognuno ha la sua opinione, ma curiosamente sono pochi a mettere in dubbio il dogma dell’attacco che fa vendere i biglietti, smentito dall’audience anche dei playoff visto che l’ultima finale Nuggets-Heat è stata vista da meno della metà degli americani che guardavano le Finals negli anni Ottanta. Certo nel frattempo si è aggiunto il resto del mondo, come pubblico in gran parte di bocca buona. Ma è arrivato il momento di far tornare equilibrato questo gioco.

stefano@indiscreto.net

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