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Il caso Messina

Il caso Messina

Guerin Basket sul'Europa dell'Olimpia, la decision di Banchero ed il Michael Jordan Trophy.

Stefano Olivari

14 dicembre 2022

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L’Eurolega di Virtus Bologna e Olimpia Milano, terzultima e ultima in classifica, è tragica e senza giustificazioni, nemmeno gli infortuni che in roster di 16 giocatori dovrebbero essere facilmente gestibili. Se Scariolo e Messina non si chiamassero Scariolo e Messina sarebbero già stati esonerati, discorso che vale soprattutto nel caso di Messina perché se la Virtus aveva come obbiettivo la lotta per i playoff, due mesi fa chiunque riteneva l’Olimpia, sulla carta, quasi dello livello di Real Madrid, Barcellona ed Efes, e comunque dello stesso di Fenerbahce, Olympiakos e Monaco, per citare chi sta facendo bene. Insomma, al di là del contratto fino al 2024 e delle assenze di Pangos, Shields e Datome, a Milano c’è un problema Messina che finora è stato nascosto da una certa unanamità, per non dire omertà, mediatica (la pallacanestro è un piccolo mondo). Cosa dire di 3 vittorie e 10 sconfitte, fra cui le ultime 9 partite consecutive? Non è che a 63 anni un allenatore sia finito, tanto per venire al punto, ma se la squadra non lo segue l’allenatore può finire anche a 33. Anche se il vero problema è il dirigente Messina, quello che indica i giocatori al tecnico Messina. Da Davies a Voigtmann, da Thomas a Baron, tanti giocatori di ottimo livello che però nel sistema di Messina non sono mai entrati.

Il penoso viaggio di Pozzecco e Trainotti in America per convincere Paolo Banchero a vestire la maglia azzurra non ha avuto alcun risultato. Petrucci ha dato Banchero con l’Italia al 60%, una percentuale il cui significato è niente. Ma per una volta la colpa non è del presidente della FIP: la realtà è che il ventenne di Seattle è paradossalmente diventato troppo forte per trovare vantaggi dalle convocazioni di Pozzecco, sul piano commerciale (era presente anche un advisor della federazione) e a maggior ragione su quello sportivo visto che l’ultima medaglia dell’Italia è ancora l’argento di Recalcati alle Olimpiadi di Atene. La mezza promessa fatta dalla famiglia, più che da lui, tre anni fa, era basata su un giocatore con buone prospettive NBA e non su una stella, come Banchero è diventato: mentre stiamo scrivendo queste righe viaggia sui 21,8 punti di media, con 6,9 rimbalzi e soprattutto, basta guardare le partite, gioca da leader, con il pallone sempre in mano (tanto, troppo). In un contesto perdente, certo (8-20, per gli Orlando Magic terzo peggior record della lega), ma pur sempre un contesto NBA. Da ricordare che lui, pur avendo avuto il passaporto italiano in maniera regolare grazie al nonno, senza fare tarocchi o chiedere favori a Mattarella (il caso Spagna-Lorenzo Brown rimane clamoroso, anche in un ambiente in cui con i passaportati si è visto di tutto), giocherebbe da passaportato e non da italiano a tutti gli effetti, come invece è ad esempio Mannion. In altre parole, visto che la ‘decision’ di Banchero non è ancora stata presa, inseguire lui è come inseguire un qualunque giocatore americano.

La NBA è sempre bravissima nell’autocelebrarsi ed anche il recente rebranding dei premi che assegna lo dimostra. Su tutti quello di MVP della stagione, che da adesso si chiamerà Michael Jordan Trophy. Quello di miglior difensore porterà il nome di Hakeem Olajuwon, quello di giocatore più decisivo di Jerry West, quello del miglior rookie di Wilt Chamberlain, quello di miglior sesto uomo (nella pallacanestro di oggi, con ruolio sempre meno definiti, davvero insensato) di John Havlicek, quello di miglior allenatore di Red Auerbach, eccetera. Tutti ovviamente personaggi ritirati, quando non anche morti, tutto ovviamente discutibile e destinato ad essere ridiscusso quando lascerà il basket LeBron James, per dirne uno. Certo è che la NBA, così centrata sul presente e proiettata nel futuro, rispetta la storia più dell’Europa, dove anzi i grandi ex sono di solito visti con fastidio, nella migliore delle ipotesi come corvacci nostalgici. 

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