L'importanza di Bill Russell

La grandezza di uno degli uomini simbolo del Boston Celtics e della stessa NBA va al di là delle tantissime vittorie. Primo giocatore ed esporsi politicamente, primo allenatore nero nelle grandi leghe, primo e forse unico campione a non arruffianarsi i tifosi...

L'importanza di Bill Russell

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 1 agosto 2022, 10:29 (Aggiornato il 1 agosto 2022, 10:44)

Bill Russell è stato il simbolo di tante cose ed è per questo la sua morte, a 88 anni, ha colpito anche chi a malapena sa dell’esistenza della NBA. Undici i campionati vinti con i Boston Celtics, gli ultimi due da allenatore: il primo nero a guidare una squadra di una grande lega sportiva statunitense. Uno dei più grandi centri di tutti i tempi, insieme all’arcirivale (ma anche amico) Chamberlain e a Jabbar, un leader come pochi in campo e fuori, una delle poche stelle della storia della lega capaci di migliorare i compagni, e potremmo andare avanti a lungo. Russell è stato anche uno dei primi sportivi a parlare di politica, fino alla sua epoca quasi un tabù a prescindere dal colore della pelle: era in prima fila quando Martin Luther King fece il discorso di "I Have a Dream", si schierò con Muhammad Ali quando rifiutò l’arruolamento nell’esercito durante la guerra del Vietnam e il suo impegno è arrivato fin quasi a oggi, al sostegno a chi si inginocchiava durante l’esecuzione dell’inno nazionale.

Con l’università di San Francisco Russell è stato insieme al futuro compagno ai Celtics K.C. Jones campione NCAA nel 1955 e nel 1956, anno in cui ha anche vinto l’oro olimpico con gli Stati Uniti a Melbourne. La NBA in cui entrò come giocatore non era minimamente paragonabile a quella di oggi e non soltanto perché le squadre erano 8: l’interesse mediatico era quasi inesistente, le partite si giocavano in piccole arene e per tutti la vera pallacanestro era quella di college. Russell comunque la dominò, con i suoi rimbalzi (22,5 di media a partita, in un’occasione ne catturò 51…), le sue stoppate, la sua difesa, la sua capacità di essere stella fra le stelle a disposizione di Red Auerbach, il principale artefice della leggenda dei Celtics, la squadra più odiata dagli avversari e non per le vittorie, ma per l’arroganza e la durezza con cui si si rapportava al resto della lega. Non era un grande realizzatore, Russell, si limitava a tiri ad alta percentuale e mai forzati.

Ma è chiaro che la figura di Russell è interessante soprattutto per il Russell fuori dal campo. Detestava Boston, per il razzismo che percepiva ovunque, ma soprattutto detestava i tifosi dei Celtics al punto che si rifiutava anche soltanto di firmare autografi. Dava tutto per la squadra epre compagno come Cousy, Havlicek, Heinsohn, Sam e K.C. Jones, ma del resto non voleva saperne e quando i Celtics ritirarono il suo numero 6 nel 1972, l'evento non fu legato ad una partita ma fu una cerimonia privata al Boston Garden. Russell allargò questa sua visione del mondo a un po’ tutti i tifosi, arrivando ad ignorare anche il suo ingresso nella Hall of Fame di Springfield, non presentandosi alla cerimonia. Spiegazione di Russell, in una delle sue autobiografie: “La mia intenzione era quella di separarmi dall'idea che le star hanno dei fan e dall'idea che i fan hanno delle star. Ho pochissima fiducia nel tifo, nel suo significato e nella sua durata, rispetto alla fiducia che ho nel mio amore per il gioco".

 

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