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Il ciclo di Messina e Rodriguez© LAPRESSE

Il ciclo di Messina e Rodriguez

L'Olimpia Milano è per la ventinovesima volta campione d'Italia, dopo una serie finale senza esclusione di colpi con la Virtus Bologna. Un titolo che al suo allenatore mancava dal 2003...

Stefano Olivari

9 giorni fa

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L'Olimpia Milano ha vinto il ventinovesimo scudetto della sua storia, il quarto in 18 anni (contando anche i 4 soltanto come sponsor) di Giorgio Armani proprietario, e lo ha fatto dopo la serie finale più annunciata ma non per questo meno emozionante contro la Virtus Bologna, l'altra corazzata della pallacanestro italiana che come l'Armani ha come vero orizzonte l'Eurolega. E non è un caso che dopo la qualificazione tramite l'Eurocup l'ambiente del club di Zanetti si sia un po' scaricato, una volta raggiunto il grande obbiettivo della stagione, ricaricandosi soltanto con le polemiche contro gli arbitraggi e la sudditanza verso Ettore Messina (peraltro lo stesso Messina che l'anno scorso perse le finali 4-0, anche se è vero che il suo rapporto con Petrucci non piace a molti, non soltanto alla Virtus). 

Al contrario lo stop nei quarti di Eurolega contron l'Efes ha dato alla squadra di Messina più benzina, consentendole di superare i tanti infortuni di una stagione così lunga ed il naturale logorio di campioni molto in là con gli anni. A dirla tutta, perché lo scudetto non cancella tante cose che si sono dette, ad essere logoro sembrava anche lo stesso Messina e non soltanto per i 63 anni di età, di cui 47 passati in panchina (gli inizi a 16 anni, nelle giovanili di Mestre), ma anche per le scelte contraddittorie fatte come dirigente e allenatore, prima fra tutte quelle di tirare il collo sempre agli stessi, creando un gruppo di scontenti ed un altro di eterni infortunati. Va detto però che Messina è stato uno dei pochi in Serie A a resistere alla tentazione di mettere mano alla rosa a stagione in corso, perché in fondo le uniche sue mosse gli sono state dettate dalle vicende di doping, o presunto tale, di Mitoglou e Moraschini.

E così, puntando forte su quelli in cui credeva di più, Messina ha conquistato uno scudetto che gli mancava dalla stagione 2002-2003, quando lo vinse con Treviso. Dopo sono arrivati i trionfi con il CSKA, la delusione (reciproca) con il Real Madrid, gli anni da assistente NBA sperando in una occasione che non è mai arrivata, i disastri con la Nazionale (il preolimpico di Torino la più grande occasione persa della storia azzurra) ed il ritorno in Serie da capoallenatore nel 2019. Una stagione cancellata dal Covid, un'altra con l'approdo alle Final Four di Eurolega e la disfatta in finale contro la Virtus ma in versione Djordjevic, poi questa del trionfo.

Dove gli uomini forti sono stati soprattutto Shields, MVP delle finali, Melli, Hines e Rodriguez, senza dimenticare le fiammate di Datome e le giocate decisive di Grant. Non certo una squadra di giovani, ma la pallacanestro di oggi, con un'orizzonte di pochi mesi ed una programmazione inesistente, non è colpa di Messina. Anzi, in questo senso la sua Olimpia ha anche avuto un miniciclo, che è coinciso, con tutto il rispetto per gli altri, con le tre stagioni di Messina e del Chacho Rodriguez, il giocatore elettrizzante del quale ogni tipo di squadre e di pubblico hanno bisogno. 

 

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