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Il freddo addio a Sacchetti© LaPresse

Il freddo addio a Sacchetti

La federbasket di Petrucci ha deciso di cambiare un commissario tecnico che aveva creato intorno alla squadra azzurra un buonissimo ambiente. Senza dimenticare l'impresa preolimpica di Belgrado...

Stefano Olivari

31 maggio

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Cala il sipario (e anche un velo di tristezza) sulla gestione di Romeo Sacchetti della squadra nazionale di basket. L’ufficio stampa della Federazione, con un comunicato di 4 righe scarse (la sintesi) ha reso noto che a seguito di un colloquio tenutosi a Roma tra il presidente della Federazione Petrucci e (l’ormai) ex coach della Nazionale, Meo (proprio così: Meo, come gli amici) Sacchetti, è stato risolto il contratto tra le parti. Seguono ringraziamenti e auguri di rito. Senza voler fare il processo alle intenzioni, quantomeno asciutti.

La separazione, mentre si aspettano le dichiarazioni di Sacchetti, arriva dopo 4 anni di lavoro che hanno avuto come apice il ritorno dell’Italia alle Olimpiadi, dopo 16 anni di assenza (17 per colpa del Covid), con la qualificazione ottenuta a Belgrado, dopo aver battuto Porto Rico, la Repubblica Domenicana e in una bollente finale i padroni di casa della Serbia, passando così da vittime sacrificali a carnefici. Successivamente la partecipazione alle Olimpiadi di Tokio, con l’innesto di Gallinari preferito ad Abass, il passaggio del primo turno con le vittorie contro Germania e Nigeria, la sconfitta contro l’Australia e la successiva sconfitta, negli scontri diretti, contro la Francia, poi medaglia d’argento olimpica.

Il tutto con la spada di Damocle tenuta in bilico dal presidente federale sulla testa del coach, di un esonero, un mancato rinnovo o comunque una sostituzione che si è forse concretizzata alla festa dei 100 giorni all’inizio del campionato europeo, che per l’Italia si giocherà a Milano, quando, all’accensione dell’orologio che nella galleria Vittorio Emanuele segna il countdown all’inizio degli europei, Petrucci e Sacchetti si sono presentati come separati in casa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso le dichiarazioni di Petrucci che dava a Sacchetti dell’incompetente per la mancata convocazione per gli europei dei giocatori (da lui ritenuti) migliori, e la risposta di Sacchetti deciso a puntare sul gruppo che aveva portato l’Italia alle Olimpiadi.

All’orizzonte ora c’è Pozzecco, secondo i ben informati non più in luna di miele per il suo head coach Messina e più volte candidato da Petrucci al ruolo di coach della Nazionale in passato. Al di là del fatto che Petrucci come presidente ha facoltà nominare chi vuole alla guida della Nazionale, è indubbio che Sacchetti sia stato, sotto la sua reggenza, l’unico allenatore a portare dei risultati di rilievo, dopo i fallimenti di Pianigiani e di Messina, voluto in fretta e furia dal presidente in una situazione analoga a quella di Berlino, ma tra le mura amiche di Torino, che al posto dell’Italia (data per facile vincente da Petrucci), ha poi visto trionfare la Croazia di Bogdanovic, Simon e Saric, guidata da Petrovic.

Emerge quindi l’incapacità di Petrucci nello sposare un progetto portato da un allenatore, se questo non è in linea con le sue idee. In particolar modo pare che Petrucci proprio non sopporti che si allestiscano squadre senza i giocatori da lui definiti più forti, quelli cioè che in qualche modo hanno giocato (o anche fatto solo tanta panchina) in NBA o in NCAA (vedi Banchero), visto che l’Eurolega il presidente pare non conoscerla. Un insieme di vedute che non poteva per certo apprezzare la squadra di underdog voluta da Sacchetti, con giocatori in cerca di riscatto, come Simone Fontecchio, perso per il campionato italiano e determinante per la Nazionale dopo la sua esperienza prima all’Alba Berlino e poi al Baskonia, o Achille Polonara, panchinaro a Reggio Emilia e definitivamente maturato prima al Baskonia e poi al Fenerbahce. A questi il CT ha saputo unire la dinamicità e la completezza tecnica di Nico Mannion, proveniente degli Warriors che di italiano oltre alla mamma ha anche la cultura, che dopo le Olimpiadi non è mai riuscito a ritornare sui livelli espressi in Nazionale e che ora fatica a trovare anche pochi minuti nelle semifinali playoff di casa nostra. 

Idee diverse: da una parte il presidente di un movimento che sembra ogni anno arretrare in termini di popolarità, innovazione e programmazione. Alla continua ricerca di oriundi cresciuti oltre frontiera e mai visti in Italia neanche per mangiare una carbonara, ma utili a nascondere le falle di un sistema che alla base si restringe sempre più e che fa maturare sempre meno giocatori di qualità. Dall’altra parte un allenatore che invece ha puntato da sempre sulla voglia di vincere dei suoi giocatori, a prescindere dal loro blasone ma uniti da una appartenenza comune e dalla voglia di partecipare a un progetto, disposti a faticare e crescere assieme.

La settimana prossima, salvo sorprese verrà annunciato Pozzecco, che guiderà l’Italia agli Europei. Anche lui sarà a termine perché come dice Petrucci i contratti non sono eterni, mentre le cariche elettive, come la sua, sembrano esserlo, anche quando non si porta alcun risultato, e nessun rispetto verso chi invece lavora.

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