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La scelta di Robert Johnson

La scelta di Robert Johnson

Guerin Basket sulla carriera mancata di Lusia Harris, la vaccinazione da A2 e lo stipendio di Kenny Hayes...

Redazione

21 gennaio

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La Pallacanestro Cantù e Robert Johnson si sono separate, il giocatore continuerà la stagione in Polonia. Succede continuamente nella serie A italiana e spesso anche in A2, ma è la prima volta che un giocatore rompe un contratto perché non vuole aderire ai protocolli anti Covid-19. Robert Johnson ha sempre dichiarato di essere un no-vax convinto, per motivi religiosi e così sua moglie. La società, attraverso le parole del suo presidente Allievi, ha fatto sapere di aver tentato ogni strada per convincere il giocatore a vaccinarsi e a rispettare il più oneroso contratto in essere della squadra, ma non c’è stato niente da fare. Il paradosso è cheJohnson avrebbe potuto continuare a giocare in serie A, dove lo status di “professionisti” non obbliga i giocatori al vaccino, e quindi al super green pass, ma al tampone eseguito 48 ore prima di un allenamento o di una partita. In A2 invece, lo status di dilettanti obbliga giocatori e staff al super green pass e quindi al vaccino. Al Legia Kosz e nel campionato polacco non ci sono obblighi vaccinali e quindi Johnson ha deciso di portare il suo bagaglio di giocatore e la sua famiglia lì. A Cantù l’onere di rimpiazzare un giocatore da 20 punti a partita, su cui la società aveva progettato il ritorno in A.

Stessa sorte, stesse motivazioni, ma destinazione Turchia, anche per il giocatore di Forlì Kenny Hayes, che ha lasciato in fretta e furia Forlì per vestire la canotta dell’Afyon, squadra in piena ricostruzione (con una nuova proprietà), dopo che nel mese di dicembre dello scorso anno erano stati tagliati i contratti degli stranieri, per tenere a libro paga i soli giocatori turchi e mettendo in rosa i ragazzi delle giovanili. La crisi dell’Afyon probabilmente era dovuta alla poca stabilità economica che l’aveva oltremodo esposta alla supersvalutazione della lira turca nei confronti del dollaro, che non permetteva più alla società di onorare i contratti con i giocatori americani. Come conseguenza delle scelte prese, però, la squadra è ora ultima in classifica (a pari merito con altre due) e sta tentando di salvarsi ingaggiando di nuovo giocatori stranieri disposti a rischiare lo stipendio. Hayes non ha certo a cuore la causa dell’Afyon, ma non vuole vaccinarsi, preferendo correre anche il rischio di non venir pagato.

La famiglia del basket piange la scomparsa di Lusia Harris, la prima giocatrice a entrare nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame e la prima giocatrice a essere scelta ai draft da una squadra NBA, morta improvvisamente all’età di 66 anni. La Harris, sebbene abbia avuto una carriera brevissima, è considerata la prima giocatrice moderna del basket femminile nel ruolo di pivot. Fortissima in area grazie alla ragguardevole (per l’epoca) altezza di 191 centimetri, accoppiata a ottime doti tecniche e a un accentuato dinamismo, la giocatrice è stata letteralmente dominante nei suoi 4 anni alla Delta State University dove ha avuto una media di 25.9 punti e 14.4 rimbalzi per partita che le sono valsi per tre anni il titolo di All American. Grazie alla Harris la Delta State ha avuto un record (mai più eguagliato) di 109 vittore su 115 partite (.947 per dirla alla NBA), vincendo per tre volte il titolo di campione nazionale all’ AIAW Women's Basketball Tournament (progenitore di quello che poi sarà la NCAA femminile). Con la maglia della nazionale la Harris ha vinto un oro ai giochi panamericani e un argento alle Olimpiadi di Montreal del 1976, divenendo la prima donna a segnare dei punti in un torneo Olimpico di Basket.

Nel 1977 la ciliegina sulla torta: la chiamata al terzo giro dei Draft NBA da parte dei New Orleans Jazz, forse una trovata pubblicitaria, comunque la prima e finora anche l’unica, mai concretizzatasi, neanche per un provino, perché all’epoca la Harris era incinta e non era interessata a giocare con gli uomini. Poi la stagione 1979/80 con le Houston Angels prima di appendere definitivamente le scarpe al chiodo all’età di 25 anni. Nonostante abbia sempre dichiarato di non aver nessun rimpianto per la sua breve vita sportiva, e anzi, si sia sempre detta orgogliosa dei risultati ottenuti, messi in secondo piano rispèetto alla famiglia, è facile immaginare cosa avrebbe potuto essere la sua carriera se la Harris fosse nata, ad esempio, verso la fine degli anni Novanta, con la WNBA e le ricche sponsorizzazioni di oggi. La possibilità di esprimere un talento immenso davanti una platea di fatto mondiale. E proprio l’immagine delle atlete di oggi, riconosciute e riconoscibili in tutto il mondo, stride nettamente con quella delle atlete degli anni Settanta, quando il basket pagava l’università, ma non dava certezze economiche per il futuro e rimaneva una (troppo) breve parentesi nella vita di molte giocatrici, spesso le più brave. 

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