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La bandiera John Wall

La bandiera John Wall

Il punto di Guerin Basket sui contratti NBA, Pesaro senza Scavolini e Bucchi a Sassari...

Redazione

19 novembre

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Per 43 milioni di dollari l’anno (poco più, poco meno) ci si possono assicurare le prestazioni sportive di John Wall, playmaker di 31 anni, atleticamente forte al limite del muscolare, capace di 20 punti di media partita in NBA, prima scelta assoluta del 2010, perseguitato dagli infortuni (l’ultimo al tendine di Achille gli è costato più di un anno di stop), fermo (anche se integro) da ormai sette mesi. La vicenda, da noi è assolutamente inspiegabile: Wall ha con Houston un contratto da 43 milioni di dollari per l’anno in corso, più una player option da 47 milioni per l’anno successivo, per un totale di due anni complessivi e 90 milioni di dollari (mal contati) di contratto. Nel frattempo è fuori squadra, perché il suo allenatore Stephen Silas e Rafael Stone, il GM di Houston non lo ritengono più parte del progetto, che ha avviato una linea verde puntando sui giovani. Entrambe le parti al momento sperano in una trade, che al 99% non ci sarà e dopo il 10 febbraio, termine per la scadenza delle trade, Wall verrà tagliato e lasciato libero di trovarsi un altro contratto, meno oneroso sicuramente, ma magari più soddisfacente. Le parti sono già d’accordo e non ci sono giocatori e dirigenti che si parlano voltando le spalle, ma solo professionisti che fanno il loro lavoro, consapevoli che le cose cambiano e che dagli errori di valutazione si deve ripartire senza trasformarli in questioni personali, come accade nella nostra LBA dove quelle che fino al giorno prima venivano indicate come bandiere, di punto in bianco si trovano ad allenarsi alle 7 di mattina e al solo nominarle nel momento  sbagliato (e magari al microfono) si perde il posto di lavoro.

In una intervista resa a un quotidiano Valter Scavolini, attualmente nella fondazione che sostiene Pesaro, ha parlato di errori estivi fatali nella costruzione della Vuelle, definita non all’altezza della Serie A, con Delfino unico giocatore di classe, e la salvezza dalla retrocessione vista come un accadimento miracoloso. Scavolini ha anche espresso il suo dispiacere per Ario Costa e Luciano Amadori, ma non ha dato speranze alla società. È un suo diritto farlo, chiunque può dire ciò che vuole, poii che la squadra stia faticando oltre ogni misura è sotto gli occhi di tutti. Sorprende invece che queste dichiarazioni vengano rese ora e non in estate quando la squadra è stata costruita sulle indicazioni di Petrovic (dimessosi dopo la sconfitta con Tortona), con l’avallo del team manager Cioppi e della dirigenza tutta. Intanto la crisi di Pesaro ha portato bene a Delfino che a 39 anni, grazie a una media di 15 punti per partita, ha trovato la convocazione della nazionale di basket argentina in cerca di esperienza. Altra conseguenza della crisi, le dichiarazioni di Matteo Tambone che in una intervista ha dichiarato di capire l’irritazione dei tifosi, ma di non condividere i fischi che questi riservano alla squadra, definendoli deprimenti. Dopo tanto chiedere a gran forza il ritorno del pubblico sugli spalti, ci si accorge che, al netto degli incassi, spesso non è così utile alla causa, in particolar modo quando non trasforma il palazzo dello sport in una bolgia, come spesso richiesto dai presidenti in vista di match caldi.

Era nell’aria ed è arrivata: Piero Bucchi siederà in panchina a Sassari per sostituire l’esonerato Cavina. Una conferenza stampa all’insegna del politicamente corretto, quella di Sardara, che ha speso parole al miele per il suo ex coach, assolto dal ruolo di responsabile dei pochi successi ottenuti, ma al tempo stesso necessario capro espiatorio per portare nuova energia nel gruppo dei giocatori, e nel progetto. Progetto che quindi prescinde dal coach che invece, probabilmente, ne dovrebbe essere il cardine. Bucchi dal canto suo si è detto felice della chiamata che stava “aspettando da anni” e naturalmente ha riferito di non veder l’ora di scendere in palestra a lavorare. Quale che sia il progetto di Sardara, non c’è dubbio che da dopo lo scudetto dei 5 mori la Dinamo non ha più trovato il bandolo della matassa, avendo un minimo di continuità solo con Pozzecco, che però proprio con Sardara non è mai sembrato avere un buon rapporto. La scelta di Bucchi, specialista in salvezze (anche se lo scorso anno ha fallito quella di Cantù) e in situazioni disperate (da non dimenticare che è riuscito a tenere assieme l’ultima Virtus Roma, prima del ritiro dal campionato), al di là del valore tecnico del coach, sembra essere orientata a tranquillizzare i tifosi, comunicando che la transizione verso il nuovo corso, qualche che sia, poggia su un coach di esperienza abituato a reggere qualsiasi pressione, anche quella di un presidente come Sardara.

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