Basket

Il miracolo olimpico di Sacchetti

La Nazionale ha conquistato la partecipazione ai Giochi di Tokyo con una grande impresa sul campo della Serbia. Una notte eroica per Mannion, Polonara, Fontecchio e per tutti gli altri. Ma soprattutto per un allenatore in bilico...

La pallacanestro italiana torna ai Giochi Olimpici dopo diciassette anni e tre edizioni con qualificazione mancata, proprio quelle della cosiddetta generazione NBA. Lo fa grazie ad una grande impresa sul campo della Serbia, come gli azzurri in edizione ridotta ma con quelli rimasti dal livello medio comunque superiore a quello dei dodici che Sacchetti ha portato al torneo preolimpico di Belgrado, senza offesa per alcuno, anzi. Una partita che per emozioni ha ricordato a tutti gli appassionati la finale per il bronzo di Euro 2003, quando l’Italia di Recalcati strappò alla Francia di Tony Parker il biglietto per i Giochi di Atene dove sarebbe poi stato vinto uno storico argento.

Per rivangare il passato e sognare il futuro, che a questo punto significa Tokyo e probabilmente anche con Gallinari fra i dodici, ci sarà tempo. Nello sport conta il presente e pochi lo sanno meglio di Romeo Sacchetti, il cui abbraccio alla fine della partita con il presidente Petrucci non è sembrato dei più calorosi, per motivi evidenti: senza qualificazione olimpica Sacchetti non sarebbe già più il commissario tecnico azzurro, facendo largo ad un nuovo ritorno di Messina che è l’allenatore del cuore di Petrucci, ma che da allenatore dell’Italia ha fallito la qualificazione olimpica sia nella prima (Atlanta 1996) sia nella seconda (Rio 2016) delle sue incarnazioni azzurre, avendo a disposizione migliori di quelli di Sacchetti e con modalità che ancora fanno male, basti pensare al preeolimpico di Torino.

A Belgrado la partita l’ha vinta Sacchetti, che senza inventarsi alchimie ha messo la squadra in mano a Mannion e Polonara, con Tonut e Fontecchio assaltatori. Nemmeno per mascherare l'assenza di un vero centro ha avuto bisogno di invenzioni, perché nel basket di oggi è una situazione normale, anche se Tessitori ha lottato bene nei pochi minuti in cui è stato in campo. Il 102-95 è un punteggio sacchettiano, almeno secondo il luogo comune visto che certe squadre di Sacchetti hanno avuto una difesa eccellente e questa Italia in certe situazioni, soprattutto con Pajola e Melli, ha avuto un’intensità difensiva che le avrebbe fatto tenere botta anche con una Serbia con Jokic (ma non con Jokic e Bogdanovic). Il peso dell’attacco è stato ben distribuito fra Mannion, 24 punti, Polonara, 22, Fontecchio, 21, e Tonut con 15 ed in certi momenti, visto che l’Italia ha toccato il più 24 prima della rimonta serba nel finale, si è visto un basket quasi jugoslavo, fatto di scelte veloci e di tiri presi senza paura, solo che a giocarlo erano gli azzurri.

La partita l’hanno persa gli assenti di entrambe le nazionali, pochissimi quelli giustificati (Gallinari fra questi, visto che fino a sabato è stato impegnato con gli Atlanta Hawks nelle finali di conference NBA, alla fine perse contro i Bucks), ma anche Kokoskov, che ha sottoutilizzato Micic, cioè il miglior giocatore dell’Eurolega, ed ha messo Marjanovic, un mismatch vivente e contro l'Italia ancora di più, nel momento peggiore per i serbi, dimenticandoselo poi in panchina quando la sua squadra ha preso ritmo. Il più atteso, cioè Milos Teodosic, grazie anche alla difesa di Pajola e di altri ha avuto una serata di tiro agghiiacciante, ma con lui in campo la Serbia ha sempre fatto partita pari ed è probabile che cinque minuti in più con in campo il suo leader avrebbero reso il finale ancora più incandescente. Questo non toglie che a Belgrado l'Italia di Sacchetti abbia fatto la storia, sfruttando al massimo la prima serata sul terzo tasto del telecomando: questa è promozione del basket, non il festival (criptato) degli sconosciuti.