Giornale di critica e di politica sportiva fondato nel 1912

Il margine dell'Armani

Il margine dell'Armani

L'Olimpia Milano ha vinto le Final Eight giocate sul suo campo, senza mai soffrire contro Reggio Emilia nei quarti, Venezia in semifinale e Pesaro in finale. Troppa la differenza anche con le altre grandi, per non parlare di chi deve sopravvivere....

Redazione

15 febbraio

  • Link copiato

Con la partita tra Milano e Pesaro sono andate in archivio queste final eight di basket, le più televisive di sempre: giocate senza presenza di pubblico (se non sponsor e vip che hanno comunque affollato - sicuramente rispettando i protocolli - il parterre del Forum di Assago) e a dire il vero anche senza incertezze sulla vittoria finale. Andata, come pronosticato, ai padroni di casa dell’Olimpia di Milano, che hanno imposto un ritmo partita insostenibile per gli avversari nelle gare giocate. 
 

29 i punti di media di distacco con cui Milano ha liquidato Reggio Emilia, poi Venezia e per ultima Pesaro, senza mai dare l’impressione di voler strafare né tantomeno di andare in affanno. Nessuna squadra può vantare la profondità di Milano, i cui giocatori sarebbero partiti in quintetto di tutte le altre sette finaliste (ma senza reciprocità), ma soprattutto nessuna squadra può competere, ruolo per ruolo, con il livello dei giocatori di Milano, con Messina che utilizza Rodriguez e Datome come primi cambi, quando i due in qualsiasi altra squadra non solo partirebbero in quintetto, ma difficilmente rivedrebbero la panchina prima di una ventina di minuti. 

Messina può esigere tanta qualità dai suoi giocatori, i quali raramente vanno in debito di ossigeno e che non sono mai chiamati a risolvere la partita ma a costruirla, trovandosi tutti comprimari, ciascuno a rispettare la propria consegna. Ne viene fuori una prestazione di squadra, su tutti e due i lati del campo, che è frutto di un lungo lavoro e di tanta esperienza, maturata anche, ma soprattutto, lontano dal campionato italiano, in Eurolega, il cui livello non è al momento paragonabile con le altre competizioni europee (per lo più popolate da squadre sconosciute), che nulla aggiungono al campionato italiano, se non una eventuale coppa in bacheca della quale è difficile anche solo ricordare la provenienza. 

Poco più di una comparsata la presenza di Reggio Emilia in quel di Milano. La società è alle prese con un repulisti interno, costato il posto prima a Sutton e poi a Bostic, dato ora in uscita per scarsa integrazione con il resto della squadra, nei confronti della quale, a sentire dalla dirigenza, ha mostrato spesso anche poco rispetto. La sensazione è che, al netto del “problema stranieri”, Reggio Emilia, divisa tra campionato e FIBA Europe Cup, sia arrivata sfinita a questo appuntamento e che la società si debba preoccupare che, come sempre, ora inizierà la cavalcata playoff durante la quale lo stato di forma è fondamentale. 

Non brilla la Virtus Bologna, che perde il match di esordio contro Venezia, nonostante cinque  giocatori in doppia cifra. L’alibi dell’assenza di Belinelli non basta a coprire la prestazione della squadra, con Tessitori e Alibegovic fuori dalle rotazioni, Abass assolutamente anonimo, Gamble impalpabile e Weems che fa più tiri che punti. La sensazione è che la squadra di coach Djordjevic si sfilacci facilmente nelle partite importanti, durante le quali i suoi (pur talentuosi) giocatori si sentono investiti del dovere di risolvere la partita da soli.

Esattamente l’opposto è apparsa la Reyer, che ha costruito la sua vittoria sulle prestazioni di Tonut e Bramos, attorno alle quali hanno ruotato con regolarità Watt, De Nicolao e un po’ sottotono, Daye. Nonostante gli elogi del dopo partita da parte di De Raffaele però la Reyer non riesce a ripetersi il giorno successivo, cedendo malamente contro Milano, e riuscendo a mandare in doppia cifra i soli Tonut e Watt. Stanchezza o forse appagamento, Venezia è mancata proprio nel gruppo squadra, cadendo nella tentazione delle giocate dei singoli che hanno fatto precipitare le percentuali al tiro, non supportate dai rimbalzi in attacco. Perdere con Milano alla fine fornisce un bell’alibi, ma Venezia, come Pesaro il giorno dopo, non ha neanche meritato l’onore delle armi. 

La partita più combattuta delle finali è stata quella tra Pesaro e Sassari, vinta dai pesaresi per 115 a 110 all'overtime, dopo un lungo e continuo inseguimento, trasformato in una vera e propria lotta al coltello nell’ultimo periodo, logorante per Sassari che ha alzato bandiera bianca proprio negli ultimi 90 secondi. A influire sulla partita, probabilmente, l’espulsione di coach Pozzecco, arrivata nel quarto periodo, piaciuta poco anche al presidente Sardara che ha rimproverato per mezzo conferenza stampa il suo allenatore, che comunque ha privato della propria guida la squadra nel momento più importante del match. Pesaro ha avuto il merito di accettare la sfida a viso aperto, e di tenere il campo senza disunirsi, trovando sempre l’equilibrio e la forza per rientrare, riuscendo spesso a dettare il ritmo di gioco, accelerando sulla transizione e liberando i suoi tiratori migliori con continuità. 

La prima giornata è stata poi completata dalla vittoria di Brindisi su Trieste, dignitosa, ma mai in grado di vincere la partita, e che ha lasciato strada libera ai pugliesi, accreditati per una posizione  in finale al posto di Pesaro. La squadra di Pancotto proprio contro i pesaresi è parsa stanca, e a patirne sono state le percentuali al tiro, letteralmente precipitate sotto la soglia della sufficienza; inoltre nessuno è stato in grado di fermare le sfuriate di Justin Robinson, che con 23 punti e 4 assist ha letteralmente dominato la partita. 

La partita tra Pesaro e Milano è stata un lungo assolo dei padroni di casa, che senza mai strafare hanno condotto dall’inizio alla fine il match, lasciando gli avversari per strada dopo i primi cinque minuti. Una sorta di manifesta superiorità tecnica, come esiste nella boxe, che ha mostrato a tutti che nel nostro campionato ci sono delle disparità enormi tra le squadre, e quindi tra le società. Disparità di budget, che naturalmente fruttano solo se i soldi sono ben investiti in acquisti, programmazione e comunicazione. Il dominio di Milano non deve far riflettere (solo) su quanti soldi l’Olimpia ha a disposizione, ma (soprattutto) sul come questi soldi vengono spesi, sulla consapevolezza di sé e sulla raggiungibilità o meno degli obiettivi di inizio stagione. In attesa della tanto attesa riforma di cui tutti parlano ma che nessuno fa, questa è la situazione del nostro basket, parlando delle squadre di vertice e tralasciando le altre sette, per la maggior parte delle quali lo scenario è ben peggiore. 

Condividi

  • Link copiato

Commenti

Leggi Guerin Sportivo
su tutti i tuoi dispositivi