Basket

La scomparsa della Virtus Roma

La società in passato campione d'Italia e d'Europa è stata ritirata dal campionato di Serie A e senza pagare la varie multe nessuno ne potrà prendere il testimone. Vicenda che fa riflettere non solo sulla crisi finanziaria della pallacanestro, evidente in tutto il paese, ma anche sugli sport diversi dal calcio a Roma...

Con un comunicato molto stringato la FIP ha annunciato nei giorni scorsi che la Virtus Roma per decisione del suo presidente è stata ritirata dal campionato di serie A. La decisione, accolta con rammarico, ha comportato in federazione anche una riflessione sul grave danno di immagine apportato dalla società romana al campionato in corso e all’intero movimento (con un riferimento alle centinaia di società in difficoltà in questo periodo). Il comunicato termina passando la palla al giudice sportivo per i provvedimenti di competenza. Provvedimenti che sono arrivati: inibizione di 6 mesi per Alessandro Toti, svincolo d’ufficio di tutti gli atleti, per la gioia di chi ne ha contattato i procuratori già da qualche settimana, multa da 600.000 euro, senza pagare la quale il codice d’affiliazione della Pallacanestro Virtus Roma verrà definitivamente cancellato così come la società e la sua storia. 

Un atto dovuto, probabilmente, ma del quale si fatica a capire il senso. Dato per scontato che i Toti, salvo sorprese, non pagheranno 600.000 euro per salvare la società, e che difficilmente qualcuno lo farà al posto loro, la Virtus sparirà e la multa resterà non pagata. Poi sarà un rifiorire di nuove società del tipo Nuova Virtus Roma, Virtus Rome 2020, Roma Virtus Roma… cose del genere, che proveranno a ripartire dalla serie C, con un logo simile a quello del passato, e con una trentina di tifosi al seguito. Una nuova semina in un terreno che finora ha fatto seccare piante rigogliose: la Piaggio Volley, la RDS Rugby Roma (entrambe con lo scudetto sulla divisa) e ora anche la Virtus. Qualcosa non funziona, in una città calciocentrica, per gli “sport minori”. Forse. O c’entra forse la scomparsa di una classe imprenditoriale che nello sport investiva (e spesso sprecava), che oggi non esiste più o che quantomeno si tiene ben stretto il portafogli. 

Il danno di immagine di cui parla la FIP e il campionato falsato su cui hanno titolato molti giornali sembrano invece più difficili da capire.  La Virtus Roma è stata iscritta al campionato 2020 nelle ultime ore utili, con la dichiarazione della proprietà che più o meno diceva: la iscriviamo ma solo perchè siamo fiduciosi di venderla. Dalla FIP e dalla Lega neanche una parola. Dopo una partecipazione finta alla Supercoppa e la prima di campionato, vinta contro la Fortitudo, sono iniziati i problemi, con giocatori che se ne andavano, altri che non si allenavano e partite giocate per onor di firma. Anche qui FIP e Lega senza parole né provvedimenti. Poi la situazione è precipitata: sciopero giocatori, stipendi non pagati, e partite a dir poco ridicole, fino all’epilogo, cui la FIP ha risposto con il comunicato di cui sopra e la Lega con una nota di Gandini che prende anche lui atto, anche lui con il dovuto rammarico, della situazione e che l’impegno della famiglia Toti non è bastato a salvare la società (parole forti). 

La Virtus ha rinunciato a campionato in corso, poteva farlo prima e dare spazio ad altre realtà di A2, ora lascia il campionato di A1 in 15 squadre. Ma il danno d’immagine, se c’è, non è di questo anno. Dal 2000 la Virtus Roma è la ventunesima società di basket che fallisce in serie A. Prima di lei, senza insegnare nulla, sono fallite, tra le altre, Treviso, Rieti, Caserta, Napoli, Bologna (tutte e due le squadre), Siena (che meriterebbe una pagina a parte), Pesaro e Trieste. Al campionato di Serie A italiano partecipano squadre che hanno budget assolutamente incomparabili tra loro, dove se non lo scudetto, la finale è già scritta, prima ancora che si alzi la palla a due di inizio campionato. Si parla di danno di immagine in un campionato in cui quasi alla fine del girone di andata non si sa neanche se ci sarà il blocco delle retrocessioni e nel quale la presentazione di Belinelli in diretta televisiva nazionale è diventata una comica dai risvolti grotteschi e dalle conseguenze ancora più ridicole. E dove l’unico comune denominatore di questi anni è il presidente della FIP (per mancanza di avversari) Gianni Petrucci. 

La Virtus Roma è fallita per gli sbagli della sua proprietà, che non ha saputo far fronte all’impegno economico necessario a tenerla in vita. È un dato di fatto. Ma è anche fallita nel disinteresse generale. Di Lega, Federazione e amministrazione comunale. In una città dove il palazzetto dello sport di viale Tiziano è chiuso da tre anni, vandalizzato da beceri delinquenti senza che siano neanche state messe a gara le aziende appaltatrici per i lavori di ristrutturazione che dovevano essere finiti 4 mesi fa. E dove la questione viene liquidata con un tweet che suona più o meno come un “Mi dispiace per loro” ("Con grande dispiacere ho appreso che Virtus Roma si è ritirata dal campionato a causa dei già noti problemi finanziari della società") a firma dell’assessore Frongia. Un tweet… un po’ come essere lasciati dalla moglie/marito via whatsapp.  

Ripensando alla storia della Virtus che nella capitale ha portato uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una coppa Intercontinentale e due coppe Korac, viene in mente che forse la questione meritava altro interesse, da parte di tutti. Che la squadra che con coach Bianchini aveva fatto innamorare una città intera forse doveva essere salvaguardata e ne doveva essere compreso il reale valore. Il movimento perde una realtà storica e importante e si spegne la luce su un enorme potenziale bacino di utenza e di giocatori. Sulla memoria di tante imprese ed emozioni, sulle maglie ritirate di capitan Tonolli e di Davide Ancilotto che con quella maglia c’è morto in campo. Eccolo il danno, sostanziale, e non di immagine. A una città e non a una Federazione e una Lega evanescenti, che come un vecchio in riva al fiume che guarda l’acqua passare si limitano a osservare quel che succede, in un immobilismo vecchio e stantio.