Basket

Le regole di De Raffaele

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Il punto sulla pallacanestro italiana dopo la nona giornata della Serie A 2020-21: l'orgoglio Reyer, la testa di Sacchetti, Bucchi da minors, Brindisi come Becker, Pesaro quadrata e la programmazione da Covid. 

Nona di campionato che va in archivio con sei partite giocate e due rinviate, il dominio di Milano, un derby silenzioso e qualche polemica. Milano si aggiudica lo scontro con Venezia, una partita che ha visto la formazione ospite altamente rimaneggiata (solo 6 i senior a referto) e con 3 Juniores a sventolare asciugamani in panchina. Una situazione figlia di un contagio esteso al gruppo squadra e qualche infortunio rimediato tra campionato e coppa, a meglio complicare le cose. De Raffaele si è detto orgoglioso di essere parte di questo club, ma sfugge il motivo per cui una trasferta a Milano, a giocare una partita, senza mezza squadra per motivi di salute, susciti tanto senso di appartenenza e non qualche riflessione sul senso del campionato. Nel frattempo, Messina ha potuto ruotare al meglio tutta la sua squadra (ad esclusione dell’infortunato Datome) mandando a referto 11 giocatori su 12 e dosando così gli sforzi di tutti, in vista della trasferta di Eurolega a Tel Aviv.

Il derby di Bologna finalmente si è giocato. La Virtus Bologna ha vinto e ha definitivamente sancito la crisi della Fortitudo. Finite le polemiche sulla malcelata voglia di spostare la partita a tempi migliori, per motivi di spettacolo, pubblico e soprattutto incassi, quel che è rimasto è un dominio assoluto della Virtus contro una squadra sicuramente in difficoltà per le assenze, ma anche che fatica a ritrovarsi e ad avere una identità comune. Ci saranno 15 giorni per pensarci, e poi si tornerà di nuovo in campo. Molti chiedono la testa di Sacchetti, ma al di là del valore assoluto dell’allenatore (che, va detto, stenta molto a dare la sua impronta al gruppo), in un'annata dove tutti sperano nel blocco delle retrocessioni, è molto difficile che un allenatore venga esonerato.

Cantù torna alla vittoria contro Roma, all’ennesima sconfitta e sempre più oggetto avulso dal campionato. Bucchi ricorda un po’ un allenatore delle minors, che al venerdì, al momento delle convocazioni deve fare i conti con turni di lavoro, fidanzate esigenti, troppi compiti assegnati ai suoi giocatori, per riuscire a tirar fuori la squadra che andrà in campo. Anche le voci di un rientro di Hunt che avrebbe in settimana cercato di ricomporre con la società, si sono rivelate prive di fondamento, e l’ennesima occasione di crescita è stata solo cercare di salvare la faccia per coach e giocatori, in vista di un passaggio di proprietà cui non credono più neanche i pochi tifosi rimasti. Per Cantù una partita vinta dopo l’incubo Covid e la speranza di un prosieguo meno travagliato.

Varese, con Douglas, Scola e Strautins, trova la seconda vittoria consecutiva e regala mezzo sorriso a Bulleri. Per Trento la seconda sconfitta (dopo quella al supplementare contro Nanterre in coppa) in pochi giorni e, nelle parole di Brienza, un calo di tensione che se non era in preventivo era quantomeno atteso. Ben venga la sosta per la Nazionale. Brindisi fatica più di quanto ci si aspettasse contro Brescia, giocando l’ultimo quarto partendo da una perfetta parità e alla fine riuscendo a spuntarla di 3 sole lunghezze al termine di una gara non bella e dal punteggio basso. Per Brescia un segnale di crescita, per Brindisi una dimostrazione di forza, perché come diceva Ion Tiriac parlando di Becker “Sono più tranquillo se gioca male e vince che se gioca bene e perde”.

Il posticipo della giornata ha visto la sfida tra Pesaro e Reggio Emilia, con gli ospiti al rientro al basket giocato dopo la pausa Covid, che sono rimasti in scia per tre quarti di partita e poi hanno perso il bandolo della matassa davanti a Pesaro, che, sotto gli occhi (e la mole) di Repesa, è diventata squadra quadrata e molto ben messa in campo. Il coach croato ha saputo sfruttare al meglio la motivazione di Delfino, l’esperienza e la stazza di Cain, l’italianità di un gruppo dirigente che della Vuelle ha fatto la storia, dai tempi in cui vittoria voleva dire: tutti in fila a farsi baciare dalla Cuccarini, al tempo “la più amata dagli italiani”.

Un modello che funziona, quello di avere un gruppo dirigente che unisca professionalità, esperienza e legame affettivo per la propria squadra, in un anno in cui le motivazioni sembrano giocare un ruolo chiave per la coesione dei gruppi squadra. Allo stesso modo l’effetto tamponi sta mettendo in risalto la crucialità di avere un vivaio che sia non un’obbligatorietà per l’iscrizione al campionato, ma un vero bacino da cui attingere per dare un minimo di profondità alle panchine delle squadre falcidiate da virus e infortuni. Ragazzi da gettare nella mischia, non per portare le paste all’allenamento successivo, ma capaci di tenere il campo per virtù, per fare la propria parte, e non per necessità.

La crisi che sta vivendo il movimento non dipende solo dalla mancanza dei tifosi, come in molti all’inizio dicevano. La crisi è data dall’impossibilità economica, politica e organizzativa di decontestualizzare il campionato dalla situazione contingente. I giocatori di basket si sono ammalati e si ammaleranno, andando ad aggiungersi alla lista dei giocatori infortunati, mettendo in difficoltà squadre e società allo stremo anche solo per le spese imposte dai protocolli approvati da tutti. Quello che sembrava un campionato che doveva magicamente normalizzarsi, dopo una partenza in sordina, sta invece diventando una competizione fine a se stessa, giocata senza pubblico (e ci sta) ma sempre più spesso anche senza giocatori e talvolta senza tecnici. Con la Rai che nel giorno del tanto sbandierato derby di Bologna e della partita tra l’Olimpia prima in classifica e Venezia, l’ultima vincitrice dello scudetto, manda nell’appuntamento serale la partita tra Reggio Emilia, alla prima post Covid, e Pesaro, che sembra resistere ai contagi. Una scelta dettata più dagli anticorpi che dalla classifica.