Basket

Venezia la finta outsider

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La prima Coppa Italia nella storia della Reyer, la Lega che trova Gandini, i soldi di Eurosport 

La Reyer Venezia ha vinto a Pesaro la prima Coppa Italia della sua storia, ma tutto è stata tranne che una sorpresa visto che si tratta dell’unica squadra con una rosa paragonabile a quelle di Olimpia Milano e Virtus Bologna, non a caso battute dagli uomini di De Raffaele in un quarto e in una semifinale ad altissima tensione, che ha abbassato le percentuali di tiro più dei frequenti cambi di filosofia difensiva. Che poi in finale siano arrivate la settima e l’ottava squadra del tabellone è vero, merito anche a Brindisi, a Vitucci e a Banks, ma la Reyer campione d’Italia era ottava per colpe sue nella prima parte di stagione, non certo perché questo è il suo livello. De Raffaele l’ha paragonata alle squadre italiane di una volta, quelle dove un gruppo cresceva nel tempo, e se confrontata alle concorrenti la Reyer messa insieme da Brugnaro e Casarin lo è senz’altro. Stone è arrivato per la prima volta a Venezia nel 2014, prima di fare altre esperienze, Bramos e Tonut nel 2015, Filloy nel 2016, De Nicolao e Watt nel 2017, Daye, Cerella, Mazzola e Vidmar nel 2018. Quanto a De Raffaele, considerando gli anni da vice è a Venezia dal 2011. Per i canoni di oggi questo può essere definito un ciclo…

Le Final Eight di Pesaro sono state un successo di pubblico dal vivo, quasi 31.550 spettatori (la vendita dei biglietti è stata curata dall’agenzia di Flavio Portaluppi) in 4 giornate, e televisivo, e la cosa va sottolineata perché spesso la cornice della Coppa Italia è stata desolante. Un bel commiato per Egidio Bianchi come presidente della Lega, in attesa che il 26 febbraio venga nominato quello che nei sogni sarebbe un commissioner ma che nella realtà può essere poco più di un mediatore fra anime troppo diverse, fra chi con 3 milioni di euro si paga una stagione e chi con gli stessi 3 milioni paga l’ingaggio annuale di un giocatore (su questi numeri viaggia Teodosic). Quasi tutti dicono che la scelta cadrà su Umberto Gandini, una vita nel calcio, soprattutto al Milan ma anche in Roma, UEFA e FIFA, ma è chiaro che il problema non è il nome bensì la reale volontà di crescere come lega e non come insieme di club che in ordine sparso vanno alla caccia del ricco signore (o azienda) al quale sfilare qualche milione raccontandogli che la pallacanestro è di tendenza: un giochino facile negli anni Ottanta e Novanta, un po’ meno nell’economia italiana di oggi.

Il primo problema di Gandini, o di chi per lui, sarà quello televisivo visto che l’assetto attuale, Raisport la domenica sera più Eurosport Player per tutto il resto con due finestre su Eurosport 2, produce in concreto poco più di 100.000 euro all’anno per club ed in ogni caso il contratto scade il prossimo giugno. Circolano studi secondo cui alla Lega Basket davvero converrebbe vendere direttamente il proprio prodotto, ma non c’è uniformità nemmeno sul calcolo dei costi di produzione delle singole partite: secondo alcuni addetti ai lavori 5.000 l’una, secondo altri 12.000. Senza contare che soprattutto le medio-piccole spingono per avere più spazi in chiaro, contando di recuperare quei 100 o 120.000 euro che siano con le sponsorizzazioni. Tutto questo per un campionato che ufficialmente sarà ancora a 17 squadre, con la speranza (siamo arrivati a questo) che qualcuno fallisca e che il format si normalizzi a quota 16.