Basket

La diversità di Kobe Bryant

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La morte del fuoriclasse dei Lakers ha colpito moltissimo anche l'Italia, dove era cresciuto al seguito del padre giocatore. Una personalità complessa, il cui fascino non dipende dai cinque anelli NBA...

La morte di Kobe Bryant a 41 anni, tre anni e mezzo dopo il suo ritiro dai campi da gioco, è ingiusta come tutte le morti dei giovani. Ma la tragedia, sua, della figlia Gianna e di altre sette persone, ha avuto almeno il merito di dare a Bryant un affetto, in certi casi amore, che da fenomeno dei Lakers raramente avuto. Ammirazione planetaria sì, per i cinque titoli NBA e tantissimo altro, ma sempre con la diffidenza per un fuoriclasse diverso dagli altri (pochi) pari grado americani.

Cresciuto in una famiglia unita e senza problemi finanziari, cosa che si può dire di ben pochi giocatori NBA, dopo sette anni in Italia al seguito del padre Joe (Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia le tappe di uno dei grandi stranieri dell’età dell’oro della nostra pallacanestro) Kobe aveva scoperto gli Stati Uniti da adolescente e la sua durezza mentale è figlia anche di alcune difficoltà di integrazione, superate grazie al talento e al lavoro.

All’All Star Game per 18 volte in 20 anni di carriera professionistica, 33.643 punti totali (quarto di sempre, è stato appena superato da LeBron James come terzo), tanti record che si possono trovare ovunque ma che valgono di meno dell’impatto che Kobe Bryant ha avuto sulla lega. Perché fra i tanti ragazzi cresciuti nel mito di Michael Jordan lui è quello che più di tutti si è avvicinato alla dimensione di MJ (anche lui di estrazione medio borghese, fra l’altro) e non stiamo parlando di vittorie ma di atteggiamento nei confronti di compagni, avvesrari e soprattutto sé stesso. In certi momenti, davvero impressionanti, più che di ispirazione si è potuto parlare quasi di imitazione.

Certo la personalità di Kobe era molto complessa e per questo più affascinante di quella di tanti altri campioni. Gli anni italiani gli avevano insegnanto non i segreti del basket, diversamente saremmo pieni di Bryant, ma a giocare per il risultato, quindi disprezzando i mestieranti, i bravi perdenti, quelli che non ci credono abbastanza. Non occorre essere uno psicoanalista per intuire che fra i bravi perdenti lui inserisse anche il padre, talento in parte inespresso, al quale però assomigliava in alcuni aspetti del gioco, primo fra tutti la tendenza all’uno contro cinque. Kobe è stato uno dei più forti di tutti i tempi e le posizioni in questo tipo di classifiche sono sempre discutibili, ma è stato senza se e senza ma il profeta del cosiddetto ‘Hero basketball’. Che non è semplice individualismo, ma proprio una visione del mondo.

Il suo allenatore del cuore è stato ovviamente Phil Jackson, non per le tante vittorie ottenute insieme ai Lakers, ma per il suo essere alternativo rispetto a un mondo omologatissimo come quello della NBA, dove la devianza viene annacquata nel politicamente corretto. Pochi gli allenatori che nelle lunghe trasferte leggono libri, pochissimi quelli che come Jackson li regalano ai giocatori, quasi inesistenti i giocatori che li leggono. Kobe li leggeva. Non solo i tanti scritti su di lui, fra cui anche due italiani pieni di informazioni e considerazioni interessanti (‘Un italiano di nome Kobe’ di Andrea Barocci,sull’infanzia passata nel nostro paese, e ‘Dr. Kobe e Mister Bryant’ di Claudio Limardi, più centrata sui suoi migliori anni NBA). Era diverso e ci mancherà.