Basket

Ottanta anni di Olimpia Milano e senso d'appartenenza

Si è giocata la settima giornata di ritorno di serie A: un match clou a Reggio Emilia tra i locali e la Reyer, un testa coda vinto a fatica da Milano che, festeggiando gli 80 anni di attività ha ospitato Torino, e Varese che ha battuto Trento ufficializzandone la crisi di rendimento, in particolar modo se raffrontato con quello dello scorso anno. Vincono Pistoia a Caserta e Cremona, con un tiro dell’ave Maria all’ultimo secondo, contro Capo d’Orlando. Reggio Emilia fatica più del previsto contro la Reyer: ci vogliono 45 minuti per vincere in casa e di 2 punti contro Venezia. Avellino si conferma squadra molto in forma e doma una Cantù in crescita (nel gioco di squadra, ma non ancora nei risultati). Nella parte bassa della classifica Pesaro non riesce a violare il campo di Brindisi e rimane al penultimo posto, mentre Bologna coglie una inaspettata vittoria contro Sassari e mette, se non la testa, il naso, fuori dalle melmose acque della zona retrocessione. La settima giornata di ritorno sarà però ricordata per la festa dell’Olimpia Milano, che per l’ottantesimo compleanno ha fatto le cose in grande, riallacciando i legami con le squadre del passato e portando i miti delle scarpette rosse sul campo del Forum. Non una operazione nostalgia, ma un segnale di appartenenza trasmesso ai tifosi: se tifi Olimpia, sei parte di un mito, fatto di valori e soprattutto di grandi persone. E allora, tutti con il naso all’insù a guardare le immagini trasmesse dal cubo posto sopra il campo e poi ad applaudire sul campo i giocatori che hanno fatto grande la Milano del basket: da Sandro Gamba, bastone e passo svelto, a Meneghin, a Peterson, Premier, Kenney (prima rivale, poi amico di Meneghin), solo per citarne alcuni, tutti con la maglia Olimpia numero 80. Presenti anche Petrucci (con le scarpe rosse dell’Olimpia ai piedi… era proprio necessario?) e Malagò, che hanno consegnato a Giorgio Armani il premio Italia Basket hall of fame. Proprio Armani ha annunciato di essere al lavoro per rendere l’Olimpia una società sportiva solida e in grado di rimanere tale anche in futuro. Non era presente, ma ha inviato una lettera, Bill Bradley, ex giocatore dell’Olimpia, che nel 1966 mentre frequentava un master ad Oxford ha contribuito in maniera determinante a portare a Milano una storica Coppa dei Campioni, vinta a Bologna contro lo Slavia Praga. Significative le sue parole: "Con Rubini, a Milano ho imparato tre cose: bisogna essere consapevoli di quello che succede intorno; non è finita finché non è finita davvero; si può essere grandi ‘guerrieri’ e rimanere comunque ottime persone". L’Olimpia lancia un messaggio: una squadra forte ha bisogno di una identità forte, creata nel tempo e fatta di uomini, che permetta al pubblico di riconoscersi e di avere un amore per la squadra e per i giocatori, gli allenatori e i dirigenti che l’hanno resa e la rendono grande. Un esempio in piena controtendenza, che al momento non viene raccolto da altre società che avrebbero blasone, uomini e storie da raccontare, ma che cavalcano il tanto noto “si tifa la maglia e non le persone”, allontanano il passato ritenuto ingombrante e prendono e cambiano giocatori in continuazione, senza che i tifosi ne conservino il ricordo negli anni a seguire. La settima giornata di ritorno verrà ricordata anche per le dimissioni annunciate da Calvani in conferenza stampa, dopo la sconfitta subita in casa con la Virtus Bologna. Il coach ha motivato la sua uscita di scena con queste parole: “Se io sono il problema di questa Dinamo, per potermi ancora guardare allo specchio domani mattina, lascerò il mio posto a qualcun altro”. Di fatto Calvani, allenatore di lungo corso, convinto sostenitore dell’importanza del gruppo, non è riuscito a dare alla Dinamo la sua impronta, a instillare la fame di vittorie che sarebbe servita ai giocatori per fare un campionato di “assoluta eccellenza” come gli era stato chiesto. Non solo: la squadra è apparsa anche poco incline al sacrificio in difesa e molto confusa in attacco. Il Coach, vedendo che non era seguito, ha preferito farsi da parte. Giusto o sbagliato che sia, Calvani ha mandato un segnale alla società, che ha risposto accettando le dimissioni e nominando come allenatore fino alla fine dell’anno Federico Pasquini, ex allenatore, quasi sempre in seconda, attualmente General Manager di Sassari. Pasquini è il terzo allenatore a sedere sulla panchina della Dinamo in questa stagione, dopo Sacchetti e Calvani: conosce l’ambiente – si dice sempre così quando si promuove il vice a primo allenatore – ma sicuramente non ha l’esperienza dei suoi predecessori. Lo sa lui, lo sa la società e lo sanno i giocatori, “messi di fronte alle proprie responsabilità” – altra frase comune in questi frangenti – che ora dovranno salvare almeno la dignità. Con la sua mossa Sardara ha dato responsabilità ai giocatori? Forse sì, ma sicuramente ha tolto importanza alla figura dell’allenatore, che non deve più dare un gioco e un’impronta a una squadra, ma semplicemente gestire allenamenti e rotazioni in gara, affidandosi al pick & roll e al tiro da tre, con buona pace di chi, tifoso o appassionato, sia ansioso di vedere una squadra con carattere, testa, grinta, e soprattutto un’anima. Risuonano quasi profetiche al riguardo le parole di coach Caja che, riferendosi ad alcune realtà della serie A, in un’intervista al Corriere dello Sport, aveva parlato di una nuova generazione di allenatori che arriva in prima squadra con poca se non nessuna esperienza, senza dare un gioco o un’impronta al gruppo e si limita a gestire i giocatori e a parlare bene del pubblico di casa. Allenatori apprezzati, mai messi in discussione anche quando le cose non vanno bene. Così a Venezia la stampa ha salutato una Reyer in crescita, capace di portare Reggio Emilia all’overtime prima di perdere di due punti. A guardare bene, però, la Reyer per tutta la partita ha usato come unica arma il tiro da tre di Green e Goss – 19 tiri tentati in due, 33 per tutta la squadra – sicuramente in gran serata entrambi, ma che a tratti si sono anche pestati i piedi, salvo poi, per bocca del loro coach, lamentarsi di aver avuto pochi falli fischiati a favore. Proprio un tiro da tre assolutamente forzato, tentato da Goss, tirato dopo un time out chiamato da De Raffaele, ha condannato la Reyer alla sconfitta e ai due punti persi. Difficile credere che De Raffaele abbia detto a Goss “fatti dare la palla e fai quel che vuoi”, più probabile che questo sia stato il pensiero messo in pratica del giocatore, a prescindere dalle parole del coach. Buona partita quindi? Con Recalcati si sarebbe stati così indulgenti? Non si sa. Ma tornando a quanto detto sull’Olimpia: se fai parte di una squadra che ha un suo carattere, dopo un time out fai quello che ti ha detto l’allenatore, perché in quel che dice ti ci riconosci e senti di non avere alternative, in caso contrario sai che puoi fare quello che ti pare, perché tanto di allenatore ne hanno già mandato via uno e il secondo lo hanno messo lì solo perché a libro paga c’era già, figuriamoci poi se prima era un General Manager. Twitter: @luigi_ceccon 7° Giornata di ritorno Sidigas Avellino - Acqua Vitasnella Cantù 81-77 EA7 Emporio Armani Milano - Manital Torino 94-90 Openjobmetis Varese - Dolomiti Energia Trentino 96-82 Banco di Sardegna Sassari - Obiettivo Lavoro Bologna 85-91 Pasta Reggia Caserta - Giorgio Tesi Group Pistoia 88-94 Vanoli Cremona - Betaland Capo d'Orlando 74-73 Enel Brindisi - Consultinvest Pesaro 81-76 Grissin Bon Reggio Emilia - Umana Reyer Venezia 98-96