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La serie A più povera e più televista di sempre (Guerin Basket)

La serie A più povera e più televista di sempre (Guerin Basket)

Redazione

6 ottobre 2015

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È iniziato il campionato di basket numero 91 con lo scudetto cucito, per la prima volta, sulle maglie di Sassari. Torna in serie A Torino, dopo i fasti di Guerrieri, Dawkins e Della Valle (padre), unica squadra promossa dalla A2 che conta ben 32 squadre di cui almeno un terzo con sogni di gloria. Dopo 35 anni ai nastri di partenze non c'è più Roma, autoretrocessasi nella serie cadetta a vantaggio della Juve Caserta che, era scritto, in A2 proprio non ci doveva andare. Tutti a caccia della Dinamo, quindi, con Milano, Venezia e Reggio Emilia che, salvo sorprese, guideranno le danze fino ai playoff. La prima giornata, come tutte le prime giornate, dice poco sui reali valori delle squadre, ma molto sulla strada che c’è ancora da fare per raggiungere un buono stato di forma dei giocatori a disposizione, la necessaria conoscenza degli schemi di gioco, la quadratura della difesa, l’espressione delle peculiarità di ogni singolo giocatore in un contesto corale. Lavoro duro quello del coach, che richiede tempo e applicazione per dare risultati, in particolar modo quando le squadre si aggregano un po’ per volta (acquisti scaglionati, giocatori impegnati in nazionale, attesa dei famigerati tagli NBA, ma anche idee confuse e, spesso, poco budget a disposizione). Al contrario ai coach si chiede di vincere subito, perché ogni squadra, fatta come viene fatta, “sulla carta” è fortissima e quindi portarla alla vittoria è gioco da ragazzi. A Milano i tifosi chiedono anzi, pretendono, di vincere subito, tutto e contro tutti. Nel frattempo Repesa, l’alchimista chiamato a trasformare in oro ogni giocatore a disposizione, porta i suoi in tour in giro per il mondo a far contenti gli sponsor, quando probabilmente li vorrebbe chiudere in palestra gettando la chiave, a lavorare per costruire futuro e vittorie. Proprio la costruzione di una squadra, la creazione degli equilibri in campo, l’assimilazione e l’adattamento dei giochi, la logica suddivisione dei compiti e delle responsabilità e l’emersione della leadership, sono attività per le quali nessuno (tifosi, Proli e tanta stampa) a Milano sembra avere pazienza. Dimenticando poi che proprio da questo lavoro scaturisce lo spirito di una squadra, e la sua forza, elementi che permeavano le scarpette rosse nel passato, ma anche i campi di numerose contendenti che oggi faticano a ritrovarsi, disfatte e ricostruite come la tela di Penelope ogni stagione, per esigenze di budget e miopia negli investimenti. Di tempo avrà bisogno Venezia che ha steccato a Torino, mancando la finale della Supercoppa e ha steccato di nuovo a Bologna, cedendo sul finale contro una motivata Virtus. La squadra di Recalcati pare non aver ancora una sua identità con Peric anonimo e l’asse Green - Owens che avrà bisogno di un lungo rodaggio prima di funzionare a dovere. Chissà se l’istrionico Presidente/Sindaco avrà pazienza. La nuova Sassari, come da tradizione ricostruita in estate sulle spalle di una eterogenea pattuglia di stranieri, ha impiegato 45 minuti per avere ragione di Cremona. Varnado ha il compito di non far rimpiangere la fisicità di Lawal, mentre il dinamismo delle ali è affidato a Eyenga, Alexander e Petway. La sensazione è che la Dinamo con Stipcevic abbia acquistato più capacità di giocare contro la difesa schierata, ma mettere ordine nella banda di Sacchetti non è lavoro da poco e anche qui ci vorrà tempo. Tempo anche per Cremona che attende il rientro di Vitali, unico all-around italiano, cui la nazionale non ha portato bene. Il vicecapitano azzurro, assieme a Mian e Cusin costituisce la pattuglia di italiani che affiancherà Turner, McGee e Southerland nella caccia a un posto al sole. L’esordio contro Sassari non è stato dei più facili, la seconda vede Trento in casa. Un buon test per entrambe. Di tempo ha bisogno Pesaro: Paolini avrà il suo da fare per dare un’anima a una squadra che rischia come lo scorso anno di essere bella (forse) ma senza anima. L’anima invece la devono dimostrare Caserta e Pistoia, affidate rispettivamente a Dell’Agnello, in cerca di riscatto dopo l’esonero in quel di Pesaro e a Esposito, con ancora il dente avvelenato per la mancata salvezza dello scorso anno con Caserta, sua squadra del cuore. Proprio Caserta accomuna questi due allenatori, che da giocatori hanno indossato, dimostrando di avere cuore oltre che tecnica, la maglia bianconera. Tempo ce ne vorrà anche per Torino, che ha ricevuto il battesimo del fuoco contro Reggio Emilia, l'unica tra le squadre di vertice a sembrare in forma, o quantomeno sullo stesso cammino che lo scorso anno l'ha portata verso la finale scudetto. Netta la differenza tra le due formazioni con 44 punti di differenza nella valutazione di squadra e 24 invece sul campo. Strada lunga ma basta darsi da fare, possibilmente senza fretta. Tempo, quindi: per costruire, per valutare, crescere e, dove serve, mettere mano. Tempo per capire e giudicare e, se possibile per aiutare. Tempo per farsi conoscere e apprezzare e accettare sul campo quel che sarà. Di tempo, invece, pare averne avuto anche troppo la Federazione Italiana Pallacanestro, con il suo presidente Gianni Petrucci, perennemente in attrito con il presidente Marino (della Lega) e perennemente a ripetere: "Fate giocare gli italiani". Come se bastasse. Tempo per rilanciare un prodotto che oltre ad aver bisogno di visibilità ha bisogno di crescita e rinnovamento e che invece si trova ogni anno con problemi di impianti, fuga dei grandi sponsor e anche con qualche piazza in meno. Quest’anno è stata la volta di Roma, andata a far compagnia a Treviso, Siena, Bologna (per citarne alcune) in Lega 2, portandosi via un bacino di 3 milioni di abitanti e un palazzo dello sport da 12.000 posti. La finale scudetto dello scorso anno ha dimostrato che la Serie A non è più adatta alle grandi metropoli, mentre si riesce a programmare bene in provincia, nelle piccole realtà, dove presidenti e tifosi sembrano essere più pazienti. Allo stesso modo si è misurato un continuo impoverimento del livello tecnico del campionato senza giocatori di grido con i migliori allenatori italiani (non ce ne vogliano gli altri) che intanto vincono gli Europei e allenano in Europa e in NBA. Anche la nazionale “più forte di sempre” alla fine è tornata dagli Europei con in tasca la possibilità di giocare non le Olimpiadi, ma il preolimpico. Che, sebbene importante, non è stato davvero un grandissimo risultato. Quest’anno la serie A riparte da SKY e dalla RAI, che ha tolto il secondo microfono alla Pedrazzi per darlo a Pittis, rubato proprio alla concorrenza: tre dirette a settimana e una visibilità che è stata decantata e esaltata a destra e manca, con le tv locali a completare il pacchetto. Aumenta quindi la visibilità televisiva ma non la qualità del prodotto, con dirette giocate in impianti che sembrano palestre di quartiere, dove gli operatori fanno fatica a mettere le telecamere o a riprendere le partite mostrando tutto il campo e dove i tifosi non si possono alzare per esultare senza finire in diretta nazionale. Difficile pensare a questo basket calato in un contesto europeo, soprattutto se paragonato a corazzate come il Real Madrid o il Fenerbahce. Di pensare a varcare l’oceano poi, non se ne parla proprio. Troppo tempo quindi, ma sprecato: ora servono idee e persone nuove, ma “presto, che è tardi”. @luigi_ceccon

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