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Il paese di Lauren Hill (Guerin Basket)

Il paese di Lauren Hill (Guerin Basket)

Redazione

16 aprile 2015

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Se sei nato negli Stati Uniti e ami il basket, sai che questo è il periodo di playoff NBA e studi tabelloni e liste dei giocatori per fare il tuo pronostico. Dall'altra parte invece controlli se il presidente degli Stati Uniti ha indovinato la sua previsione, nell'epilogo della March Madness, la sbornia del basket NCAA, il massimo livello degli universitari, che si giocano il titolo in un crescendo di tradizioni, tifo scatenato, bande musicali che suonano durante le partite, coreografie da premio Oscar e sbornie colossali. Ma soprattutto, se sei americano, e ami lo sport (non solo il basket) hai gli occhi lucidi per la storia di Lauren Hill, che ha chiuso per sempre i suoi di occhi il 10 di aprile, sconfitta da un cancro al cervello, a 19 anni. Tutto inizia più di un anno prima, quando vista aggravarsi la propria malattia e con una sentenza definitiva sulle spalle, Lauren aveva espresso un ultimo desiderio: giocare una partita nella squadra del suo college (il Mounth Saint Joseph), prima di morire. Non c'era troppo tempo, lo sapevano i suoi medici, lei, gli allenatori e i dirigenti scolastici. La NCAA ha una regola tassativa: non si possono cominciare i campionati prima del 15 di novembre, ma in questo caso poteva essere tardi. Si dice che le regole siano per gli stupidi e in NCAA non ci stanno a passare per poco intelligenti: la prima partita del campionato femminile NCAA si giocherà il 2 novembre 2014, in casa del St. Joseph, cosi Lauren non dovrà imbarcarsi in una stancante trasferta. Ma la storia non finisce qui. La storia dell'infame destino di Lauren fa il giro degli Stati Uniti. La storia di una ragazza che vuol giocare a basket, una volta ancora. E allora l'arena che deve ospitare la partita diventa troppo piccola, ne serve una più grande e in mezz'ora, da quando vengono messi in vendita i biglietti, vanno esauriti 12.500 posti, e la partita diventa “Play for 22” il numero che la ragazza ha sulla maglia. Il 2 di novembre 2014 la Cintas Arena della Xavier University, che ospita gratuitamente l'incontro, è gremita in ogni ordine di posti, Lauren è in campo con la sua squadra, in completo grigio (colore simbolo della lotta al tumore al cervello) e quando l'arbitro alza la palla a due corre in attacco dove segna il primo canestro della partita. Il gioco si ferma perché la ragazza possa ricevere il saluto di pubblico, compagne di squadra, e avversarie e l'emozione di chi, grazie a Fox Sports, segue la partita in tv da casa. Poi Lauren siede in panchina, a lottare contro la nausea dell'incredibile quantità di medicinali che è costretta a prendere, e dove rimarrà fino all'ultimo minuto, quando sarà richiamata in campo dal suo coach che le chiederà di chiudere la partita. Il 2 novembre del 2014 all'ultimo minuto dell'ultimo periodo di gioco, Lauren ha segnato il suo ultimo canestro, chiudendo la partita vinta dal Moount St. Joseph Lions contro l'Hiram Terriers;  poi è uscita dal campo di gioco per non farvi più ritorno. Non c'è stato nessun miracolo, non è arrivato il settimo cavalleggeri, non c’è stato un medico illuminato che abbia potuto salvarla. Perché questa non è una favola o una leggenda, ma una storia di sport. Una bellissima storia di Sport, come lo intendono gli americani, vissuto per dare emozioni, a chi lo guarda e a chi lo pratica, per instillare lacrime di commozione, per amplificare quello che è la vita, bella o brutta che sia, renderla più degna di essere vissuta, sempre e in ogni modo, a prescindere dal destino, anche se bastardo, e dal risultato finale. Questa cosa dagli americani non la vogliamo proprio imparare. Per noi lo sport sembra essere una sorta di gara, a prevalere e basta. E così è anche nel campionato nostrano di Serie A, dove tutti partono con ambizioni di scudetto/playoff, salvo poi trovarsi a recriminare contro il mondo in zona retrocessione, dove i “tifosi”, quando le cose vanno male minacciano giocatori, allenatori e dirigenti e fischiano e insultano giocatori e tifosi avversari e, naturalmente, anche gli arbitri di turno. Poco c'entra con la sportività, ma anche lo spettacolo che si vede in campo non è granché. Difficile emozionarsi guardando, ad esempio, Milano che gioca contro Roma, dove il tabellino dice che nel tiro da 3 la somma delle percentuali delle due squadre è stata di 4 su 44 (prendiamo tre dodicenni a caso della squadra della parrocchia vicino casa e proviamo a vedere quanti ne mettono dentro tirando 44 volte dall'arco). Difficile star dietro (con passione) a un campionato dove la prima squadra domina (ma le prende e di brutto in Europa) ed è condannata a vincere i playoff fin dalla prima giornata, mentre l'ultima (unica a poter retrocedere) ha vinto finora la miseria di 5 partite e perso a testa alta, che serve a poco, tutte le altre. Difficile seguire un campionato scritto dall'inizio, dove si gioca solo il pick & roll ogni azione,  per poi sparare un tiro da fuori (con le medie di cui sopra) a tempo quasi scaduto. Difficile appassionarsi a una squadra che prima della fine dell'anno ha cambiato 5 giocatori (quando va bene) su 12, ruotando stranieri sconosciuti anche ai super appassionati. Difficile tifare per squadre allestite in una settimana e smantellate in un giorno, che stanno insieme per scommessa, con dirigenti improvvisati, bilanci sul filo del rasoio e dove è vietato parlare di futuro. Difficile, infine, innamorarsi di un prodotto servito in tv con immagini che sembrano prese con un iPhone (se va bene) e con commentatori che spesso fanno pause così lunghe che ci si chiede se siano andati in bagno. Difficile, ma l'amore non si spiega, quindi i tifosi continuano a seguire le loro squadre, credendo in un presidente magnanimo, in uno straniero fortissimo, in un futuro migliore, come Lauren, che a dirla tutta, se lo meritava proprio. Luigi Ceccon, per Guerin Basket

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