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La strada di Davide Ancilotto

Quando muore un ragazzo l'emozione è sempre fortissima e quando il ragazzo è un campione  il coinvolgimento ancora maggiore. Forse perché per la prima volta perde una partita che non può giocare, contro un avversario bastardo che si prende tutto o forse perché solo per quella volta lÏ calciatore, il rugbysta, il giocatore di basket, il pugile, appaiono indifesi,  alla mercé di una prepotenza ingiusta.
Davide Ancilotto è morto dopo una settimana di agonia il 24 agosto del 1997, a 23 anni, per aneurisma cerebrale, portando con se sogni e speranze di un ragazzo che aveva, come ha detto Messina, "un talento a cui stava cercando di trovare la strada". Davide la strada l'aveva cercata prima a Mestre, poi a Caserta e all'Olimpia Pistoia e infine era arrivato alla Virtus Roma, rifiutando di andare a giocare in Spagna, ed era diventato un giocatore della Nazionale.
Era una guardia atipica: più di due metri, buon tiratore, sempre fuori equilibrio eppure immarcabile, aveva talento da vendere. Lo avevano definito il Baggio dei canestri, ma per mentalià, fisico e capacità, più che assomigliare a Baggio pareva un giocatore di scuola slava, di quelli che vogliono vincere sempre, ma non solo: sanno anche come farlo e si esaltano ed esaltano o zittiscono pubblico e avversari, come quando a Treviso dopo un canestro vincente aveva fatto il gesto di soffiare sulla pistola fumante.
Una carriera in ascesa, un futuro radioso fino a quell'amichevole a Gubbio, quando dopo aver segnato due canestri alla sua maniera, chiede il cambio e si accascia a terra. E il suo futuro finisce così. Busca, il suo capitano dirà: "Lo abbiamo portato fuori a braccia, sembrava pesante" ma da lì Davide non si riprenderà più.
Si parlerà di lutto, dramma e tragedia e tante penne si affretteranno a scrivere "Davide è morto facendo quel che gli piaceva e amava fare" e "adesso starà certamente giocando con tutti quei campioni che, prima di lui, ci hanno lasciato e con gli altri che lo raggiungeranno dopo".
Davide, il campione morto giovane, ha lasciato un segno e ogni anno viene ricordato da amici, parenti e appassionati di basket in un torneo giocato a Mestre sul playground di parco della Bissuola, dove se vuoi puoi partecipare ed è facile che la finale te la giochi contro due o tre giocatori di serie A e trovi tifosi di tutte le squadre dove ha giocato.
Davide, il campione morto giovane, è sepolto nel cimitero di Favaro Veneto, quello con la chiesa col campanile storto, a due passi da Mestre, dove era nato. Hanno più volte cambiato la foto sulla sua lapide, in tutte però è in mezzo al campo e ha lo sguardo di un ragazzo con la vita davanti, che quella vita se la aspetta e se la vuol vivere, magari giocando a basket, finché potrà.
Se la guardi bene, quella foto sulla lapide, capisci che Davide avrebbe volentieri continuato a giocare a basket, e che se lo meritava, come ogni ragazzo della sua età.  Magari è vero che sta lassù a giocare, una partita infinita dove gli arbitri non sono mai di parte, il parquet è perfetto e i tifosi applaudono sempre, ma consola poco anche crederci, perché la sua famiglia, gli amici e i tifosi, lo volevano qui. Ed proprio qui che doveva stare. Davide è morto 17 anni fa. Oggi avrebbe 40 anni e tutta una vita da vivere.