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Stati Uniti e WADA, un travaso di Biles

La vicenda delle doping legalizzato da parte della WADA, per atleti statunitensi ma non solo (altre puntate seguiranno), ha reso ufficiale che nello sport e in particolare nello sport olimpico le nazioni non competono ad armi pari e quindi tanti nostri discorsi sul medagliere e su presunte 'scuole' superiori alle altre sono aria fritta. Il fatto che Craig Reedie, il presidente dell'agenzia mondiale antidoping, abbia spiegato alla BBC che le atlete smascherate dagli hacker (per il momento Simone Biles, 4 ori nella ginnastica, la cestista Elena Delle Donne e le sorelle Wiiliams nel tennis) sono nelle regole è curioso, perché se tutto fosse davvero eticamente pulito non ci sarebbe stato motivo di tenere segrete queste esenzioni terapeutiche per anfetamine e altre sostanze. L'architrave del sistema è che le esenzioni per le patologie più varie vengono concesse dalle federazioni internazionali dei singoli sport, su proposta di quelle nazionali, con la WADA ad accettarle in modo sostanzialmente notarile. È evidente che la volontà politica 'coprente' delle federazioni nazionali e il loro peso relativo a livello internazionale fa la differenza. Se gli USA si collocano a un estremo, la vituperata Italia si colloca in quello dei puliti, almeno a livello ideologico, visto che la pratica delle esenzioni selvagge, in cui una volta si distinguevano soprattutto i finti asmatici del ciclismo, non esiste di fatto più e Vanessa Ferrari ha quindi tutte le ragioni per arrabbiarsi per la sua medaglia di legno mentre la Biles viene celebrata, il tocco di ridicolo della WADA è stato dare le colpe a presunti hacker russi: non è capace nemmeno di difendere i suoi file segreti, però in poche ore è in grado di risalire al passaporto di chi li ha violati.