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Lazio, razzismo contro Lotito

Lazio, razzismo contro Lotito

Redazione

5 febbraio 2016

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Le vicende di Lazio-Napoli e la conseguente squalifica della Curva Nord dell'Olimpico per due giornate dimostrano una volta di più che nel calcio italiano il razzismo non è un comportamento da combattere, ma soprattutto un'arma di ricatto nei confronti delle società. Il quadro di fondo è sempre lo stesso: la guerra a Claudio Lotito, reo di gestire la Lazio come un'azienda privata e non come un bene pubblico di tutti i laziali. Guerra dove i torti non sono da una parte sola, anche se per natura i media rappresentano meglio la voce del padrone: poche aziende private godrebbero della rateizzazione del debito fiscale avuto a suo tempo dalla Lazio, per non parlare dell'affitto a prezzi stracciati dello stadio e di altre facilitazioni. Non si può essere privati quando si guadagna e 'sociali' quando si perde o si sta fallendo, ma questo è un discorso che non riguarda soltanto la Lazio. In altre parole, è evidente che i cori contro Koulibaly, subito notati dal gruppo degli arbitri con relativo invito-minaccia da parte dello speaker, siano stati una protesta contro la società per motivi che, presi uno per uno, sembrano incomprensibili (quest'anno male, ma l'anno scorso si è sfiorata la Champions League) a noi dall'esterno. Da sottolineare che cori, buu e tutto il resto, non sono arrivati da ultras, per lo meno da ultras strutturati, ma da una parte del pubblico apparentemente normale e borghese, passateci gli aggettivi: in questo senso il comportamento è più preoccupante, perché non consente nemmeno il pistolotto contro le logiche del tifo organizzato. Questi tifosi 'normali', che hanno assimilato la disistima degli ultras nei confronti di Lotito, sono anche giovani ma non così giovani da non ricordarsi che 12 anni fa Lotito prese in mano dall'allora Capitalia una Lazio con oltre 300 milioni di debiti: la parte fiscale fu sistemata con le famose 23 rate (ne mancheranno da pagare 11, quindi), mentre per il resto si è usata una cura lacrime e sangue, applicando il teorema che i calciatori di medio livello valgono come quelli di livello inferiore e quindi vanno pagati come tali. Il rapporto con gli ultras si è interrotto per ragioni molto concrete: quelli della Lazio ancora a inizio millennio gestivano migliaia di biglietti omaggio ma soprattutto un merchandising che potremmo definire 'ufficioso' (ne abbiamo già parlato anche per Milan e Inter, anche se lì gli ultras non c'entrano), tollerato da Cragnotti e dai suoi predecessori. E che senz'altro sarebbe stato tollerato da Chinaglia e dalla sua cordata 'ungherese' (con base in Campania, però, non a Budapest), indimenticabile trattativa caldeggiata dalla Curva Nord. Sulle stime di questo business abbiamo raccolto cifre diverse, ma fa sorridere chi parla di decine di milioni di euro e di ultras ricchissimi (il 90% di quelli che conosciamo fatica ad arrivare a fine mese): certo è invece che si trattava di un danno per il club. La chiusura almeno finanziaria del rapporto con la curva ha portato poi ad un cambio di rotta di parte dell'opinionismo laziale, che ha condizionato anche chi ultras non è. Conclusione? Il ruolo politico che ha Lotito nella gestione del calcio italiano non ci piace, ma è assurdo che tanti laziali slegati da logiche ultras lo vedano con antipatia. Niente di personale contro Koulibaly, il che rende quei cori ancora più gravi. Twitter @StefanoOlivari

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