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Gascoigne, una vita che vale

Perché Paul Gascoigne è rimasto nel cuore degli appassionati di calcio di tutto il mondo e anche del nostro? Centrocampista di gran classe sicuramente, ma in definitiva uno dei tanti incompiuti della storia di questo sport nonostante le occasioni non gli siano certo mancate tra Tottenham, Lazio, Glasgow Rangers, eccetera. Una volta tanto il 47enne Gazza è tornato sui giornali non per una donna presa a botte, per un improbabile ritorno in campo o per un più verosimile ricovero in ospedale: una casa di produzione cinematografica ha infatti comprato, per una cifra intorno al milione mezzo di euro, i diritti sulla sua vita. Nel senso che verranno girati un film o una serie televisiva (al momento le probabilità sono pari) basati sulla sua carriera e soprattutto sul suo privato, senza troppe omissioni, con il titolo provvisorio di Gazza - British Raging Bull, citazione del famoso film in cui De Niro interpretava Jake La Motta. Vedremo. Però la presenza costante di Gascoigne nell'immaginario collettivo merita una spiegazione. Prima di tutto il miglior Gascoigne è stato quello visto in due differenti epoche della nazionale inglese: quella del Mondiale di Italia '90, allenatore Bobby Robson, che ridiede orgoglio all'Inghilterra 5 anni dopo l'Heysel, e quella dell'Europeo casalingo del 1996, allenatore Terry Venables, il primo a 16 squadre, quello del 'Football comes home', con un altro gran torneo finito in semifinale. In altre parole fare bene con la nazionale, anche senza diventare campioni del mondo, assicura una gloria eterna che nessun grande club può dare: situazione che vale anche nel 2014, pur essendo molto diversi i rapporti di forza fra il calcio di club e quello della nazionali. In secondo luogo Gascoigne è stato uno degli ultimi campioni poco spendibili dal punto di vista pubblicitario e mediatico, più per scelta sua che degli sponsor che in certo anni davvero lo inseguivano: inutile azzardare spiegazioni socio-psicologiche, David Beckham ha origini non meno proletarie delle sue, ma ha saputo e voluto cavalcare con intelligenza un sistema affamato di icone. Questa ostentata (spesso inconsapevolmente) coscienza di classe, che va al di là del classico atteggiamento da working class hero (quello che può avere un Rooney, per dire), ha trasformato Gascoigne nel simbolo del 'calcio di una volta' già quando il calcio di una volta ancora si giocava. Gli scherzi pesanti, i rutti, i balletti, che fatti dal 99% dei suoi colleghi sarebbero risultati volgari in lui hanno sempre avuto qualcosa di fanciullesco, di ingenuo, di puro. Del resto per buttare via un patrimonio di quasi 30 milioni di euro, senza essersi mai concessi grandi lussi, bisogna avere una fiducia nel prossimo enorme. Terzo: Gascoigne è stato uno degli ultimi campioni di livello internazionale ad avere un'identità nazionale fortissima: Cristiano Ronaldo potrebbe essere un italiano credibile, Messi un francese, Robben un russo. Gazza no, Gazza potrebbe essere soltanto inglese. Magari non un inglese da esportazione, ma di certo molto simile a chi nella sua epoca popolava le tribune di stadi bellissimi. Infine un'immagine: le lacrime disperate, dopo il cartellino giallo preso contro la Germania Ovest nella semifinale mondiale del Novanta, che gli avrebbe impedito di giocare la finale (non poteva sapere che l'Inghilterra avrebbe perso ai rigori). Chi è cresciuto nel calcio inglese degli anni Ottanta, lui giocandolo e noi guardandolo, non le ha dimenticate e non le dimenticherà mai. Twitter @StefanoOlivari