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Prandelli e i difensori da difendere

Cesare Prandelli è discutibile come guru e maestro di etica, ma come commissario tecnico della Nazionale non ha in quattro anni sbagliato un colpo nelle partite che contano. Perdendo solo dalla Spagna dei fenomeni, male nella finale di Euro 2012 e bene (ai rigori) nella semifinale della Confederations Cup dell'anno scorso. E contro l'Inghilterra, nell'esordio azzurro a Mondiale 2014, ha confermato la sua lucidità scegliendo una formazione che adesso tutta Italia, noi compresi, loda con il disonesto senno di poi. Un solo giocatore offensivo, Balotelli, e un solo giocatore con spunto e cross, Candreva, tre registi e un centrocampista (Marchisio) bravo a tagliare e ad attaccare sacchianamente gli spazi. Ne è venuta fuori una buona partita, non memorabile come dice il risultato perché l'Inghilterra avrebbe meritato il pareggio, ma con una indicazione chiarissima: Prandelli non si fida dei suoi difensori, intesi come singoli, e fa anche bene. Darmian ha messo almeno intensità sulla destra, mentre Chiellini non è più capace di fare il laterale sinistro. Dramma al centro, dove ogni situazione uno contro uno è stata gestita con incertezza da Barzagli e male, senza mezzi termini, da Paletta. Se De Rossi non avesse fatto ad un certo punto il libero (non dichiarato) sarebbe finita in altro modo. Il centrocampo di palleggiatori, idea non degli ultimi giorni (semplicemente Prandelli vedeva Montolivo al posto di Verratti), è insomma un male necessario per far respirare una difesa che non può essere lasciata 90 minuti sotto pressione come i Cannavaro-Materazzi del 2006 o, per fare esempi moderni, i Miranda-Godin dell'Atletico Madrid. Se l'Italia avesse esterni difensivi di alto livello la soluzione sarebbe già pronta: Barzagli-Bonucci-Chiellini a riproporre gli automatismi della Juventus e il resto di conseguenza, con Marchisio o più probabilmente Verratti sacrificato per far posto a una scheggia impazzita di talento, tipo Cassano o Insigne. Ma non ce li ha e così Prandelli ha tirato fuori la formazione più equilibrata possibile, senza colpi di genio e senza concessioni ai media che, si sa, vorrebbero sempre sette attaccanti in campo. Esordio di personalità della squadra, quindi, ma soprattutto del suo allenatore.