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Il successo del calcio in prestito

Redazione

15 aprile 2014

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Il report della FIGC sullo stato del calcio italiano e della sua serie A insieme ai soliti segnali di allarme, primo fra tutti il fatto che solo l'8% del fatturato dei club di A deriva da incassi da stadio (in altre parole: il calcio è interamente nelle mani di sponsor e soprattutto televisioni, meglio ricordarsene quando ci si lamenta per un orario modificato), mostra quello che tutti sappiamo ma che troppo raramente siamo nello spirito giusto per dire: il calcio dà all'Italia, intesa come Stato (o quel che ne rimane), moltissimo di più di quanto riceva. Il primo discorso è quello fiscale: una media di un miliardo di euro all'anno pagato dal sistema calcio all'erario, a fronte di contributi CONI che sono a malapena un decimo di quella cifra. È ovvio che le tasse vadano pagate, non sono un favore ma un dovere di ogni cittadino. Ma è nelle condizioni di pagarle soltanto chi produce qualcosa e non certo chi aspetta passivamente l'intervento pubblico, come se essere mantenuti da chi lavora fosse un diritto. Non siamo calciocentrici, anzi detestiamo la monocultura calcistica anche di molti giornalisti sportivi, ma ogni volta che sentiamo un fiorettista o un canoista lamentarsi degli scarsi guadagni e dei sacrifici verrebbe voglia di chiedergli: 'Ma scusate, chi è che paga un biglietto o un abbonamento alla pay-tv per vedervi?'. Il dato che qualcuno ha interpretato in negativo, quello del 66% dei trasferimenti che avviene a titolo gratuito (nel 15% per fine contratto e 51% per prestiti), è in realtà una bellissima notizia: seguendo la scia di Lotito, i dirigenti del calcio italiano si sono finalmente accorti che il giocatore medio sposta pochissimo e viene sempre trascinato da quei pochi forti, dall'allenatore giusto e da un sistema societario positivo (oltre che ammanicato). Inutile buttare via soldi per chi non è in grado di farti la differenza a prescindere. Situazione simile a quella dell'Europa che conta, in termini percentuali, e soprattutto a quella della mitica NBA, dove il mercato avviene di fatto quasi solo attraverso scambi (solo che lì è stabilito da regole). Abete dice che gli spettatori della serie A stanno aumentando, ma cita il dato dell'anno scorso (media a partita di 22.591 presenze) e non quello ancora migliore, per quanto ufficioso, di quest'anno, con una media di 23.271. I 38mila e passa di metà degli Ottanta non torneranno più, ma stadi più piccoli renderanno il colpo d'occhio meno squallido. E quindi? Nonostante tutto il calcio italiano di vertice e di base funziona, mentre quello che sta in mezzo sta lentamente morendo di morte naturale (e il report lo evidenzia: nonostante i vari 'paracadute' finanziari, retrocedere in B se non si torna subito in A è una sciagura). E all'Italia il calcio dà tanto, non solo in tasse ma anche dal punto di vista del controllo sociale: se il discorso sugli ultras è scontato, un po' meno lo è quello sui tifo i 'normali'. Visto che in assenza della serie A non è che si metterebbero a studiare il vaccino contro il cancro o a scrivere il romanzo del secolo, meglio che Sky Sport e Mediaset Premium abbiano qualcosa che li tenga occupati.

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