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Redazione

1 aprile 2014

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I 60 anni di Giancarlo Antognoni fanno più impressione dei 60 di altri ex campioni, perché in lui c'è sempre stato qualcosa di incompiuto a renderlo eternamente giovane. E questo nonostante le presenze e i successi con la Nazionale, l'amore dei tifosi della Fiorentina, il rispetto da parte di tutti, l'ammirazione da parte di tecnici che vedevano in lui una delle prime mezze ali (per quanto già ai tempi 'mezze ali' suonasse vecchio) davvero atletiche del calcio mondiale. Legarsi a vita ad un unico club, per quanto fuori dai grandi giri, può essere una scelta giusta: chi, anche con il senno di poi, potrebbe affermare che le scelte di Totti o Gigi Riva siano state sbagliate? Nemmeno quella di Antognoni lo è stata, ma al contrario di Totti e Riva lui ha lasciato in tutti quelli che lo hanno visto ed ammirato dal vivo la certezza che il dio del calcio con lui sia stato ingiusto: gli ha dato tanto, ma gli ha anche tolto la gioia di giocare la partita della vita (si fece male contro la Polonia nella semifinale del Mondiale 1982 e saltò la finale con la Germania Ovest) e di alzare con la Fiorentina qualche trofeo in più rispetto ad una Coppa Italia (Nereo Rocco in panchina) vinta da giovanissimo. E dire che, soprattutto nell'era Pontello, i mezzi finanziari non mancavano… Sul piano strettamente tecnico è stato un giocatore unico, anche con i parametri di oggi: grande tecnica, grande corsa, testa sempre alta, grande tiro ma pochi gol in proporzione alla classe e alla posizione occupata: negli anni Settanta, quando in televisione si vedevano pochissime partite del campionato inglese, veniva definito 'centrocampista all'inglese' e per molti versi non era una definizione sbagliata: avrebbe di sicuro brillato di più in un calcio basato sulla continuità e sui ribaltamenti di fronte che in uno, come quello italiano, basato sull'invenzione estemporanea chiesta ai '10'. Per esprimersi nell'orrido 'calcese' da Scuola Radio Elettra per allenatori e seconde voci in telecronaca, una conduzione della palla come quella di Antognoni non si è da parte di un italiano più vista. Parlando dei calciatori di una volta bisogna sempre resistere alla retorica delle bandiere, perché esistendo il vincolo fino a metà degli anni Ottanta quasi tutte queste bandiere erano bandiere loro malgrado. Ma è sicuro che la lontananza dalla Fiorentina provochi ad Antognoni un dolore quasi fisico, per niente lenito dall'incarico davvero modesto (in rapporto al personaggio) di accompagnatore delle nazionali giovanili. Invece di pensare al prossimo sudamericano da naturalizzare in extremis, cosa aspetta Prandelli a convocarlo e a dargli il ruolo a cui Riva ha rinunciato? Nell'era Cecchi Gori, dopo il suo ritorno da Losanna, Antognoni è stato poco più di un uomo immagine, con Cecchi Gori junior che faceva e disfaceva senza ascoltare consigli. Nell'era Della Valle invece non è mai stato coinvolto, nemmeno di striscio, secondo uno schema ben noto: il padrone attuale è quasi sempre allergico ai miti del passato, che con il cuore della tifoseria hanno un rapporto diretto e inscindibile. De Laurentiis dà la pacche sulle spalle a Maradona al San Paolo ma non lo vorrebbe mai intorno per più di due giorni consecutivi, Berlusconi salutò Rivera pochi mesi dopo il suo ingresso nel Milan, Moratti detestava chiunque fosse stato importante nell'Inter di Pellegrini, da Bergomi a Mattheus, la Juventus di Andrea Agnelli ha con Platini un rapporto di grande freddezza e Bettega non può nemmeno essere nominato. Sono meccanismi psicologici comprensibili, ma questo non toglie che diversamente da altre bandiere Antognoni abbia dato alla Fiorentina molto, moltissimo, più di quanto abbia ricevuto. Rischiando di morire sul campo e vivendo sempre senza rimpianti.

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