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Redazione

5 marzo 2014

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Spagna-Italia, pur essendo per tutti un'amichevole inutile e forse dannosa, è una buona occasione per un confronto fra i due movimenti che non sia alterato dalla Champions League o dai risultati delle nazionali giovanili, tutti clamorosamente a favore della Spagna. Andiamo direttamente alla conclusione, bypassando lo svolgimento: meglio la Spagna nel presente e molto meglio sempre la Spagna come prospettive future, mentre da noi ancora si pensa che il problema sia farsi regalare un'area edificabile dal rispettivo Comune ('numero' anche madrileno e madridista, fra l'altro). Ma è soprattutto la prima volta dopo 32 anni che la Nazionale azzurra torna a Madrid: non al Bernabeu dove batté 3 a 1 la Germania Ovest nella finale Mondiale, ma al Vicente Calderon dove si esibisce l'Atletico di Simeone e dove comunque nel 1982 furono disputate tre partite di secondo turno, quelle del gironcino Francia-Austria-Irlanda del Nord che poi qualificò la Francia di Platini e Giresse. Cosa è cambiato in 32 anni per quanto riguarda la Nazionale, esulando da discorsi tattici, fisici e tecnici che in ogni caso riguardano anche il calcio di club? Fondamentalmente una cosa sola: l'interesse e il tifo degli italiani, come gli ascolti tivù sottolineano solo in parte. E non è certo colpa di Prandelli, che anzi ha creato un ambiente molto migliore di quello imposto da molti suoi predecessori. Quel ridicolo 'Noi soli contro tutto il mondo che ci odia, specialmente i giornalisti' che a volte ha portato bene (Mondiale di Spagna compreso) ma più spesso ha condotto a disastri, che l'attuale c.t. ha sostituito con un atteggiamento positivo e di 'inclusione': a volte un po' ipocrita, ma di sicuro produttivo, visti il secondo posto all'Europeo e la qualificazione in scioltezza a Brasile 2014. Prima di tutto, in un calcio che a livello di club ha di fatto abolito il concetto di straniero, le nazionali sembrano anacronistiche e nemmeno cavalcano questa loro diversità in chiave campanilistica (come marketing avrebbe un senso), ma si comportano come club con vere e proprie campagne acquisti. Cosa rappresentano Diego Costa, Osvaldo, Paletta e Thiago Motta? In secondo luogo, l'Italia del 2014 è un paese conflittuale come quello del 1982 (ridicole certe rievocazioni in rosa dei bei tempi andati) ma nel calcio la situazione è molto peggiore che nella società. Chi non vince, per demeriti arbitrali o più spesso sportivi, non accetta più passivamente un destino ineluttabile di suddito e riversa sulla Nazionale, che non c'entra niente, l'astio quotidiano di club. Tutti ricordano che i campioni del Mondo 1982 avevano 6 giocatori della Juventus (e sarebbero stati 7 senza l'infortunio di Bettega) fra i titolari, eppure a nessuno sarebbe passato in mente di tifare contro l'Italia di Bearzot. Siccome c'eravamo, siamo in grado di ricordare: polemiche feroci, ma perché tutti volevano che la Nazionale vincesse (tranne i vituperati giornalisti, fra i quali i bearzottiani non abbondavano). Quella della finale 2006 di Berlino ne aveva 4 (Buffon, Cannavaro, Zambrotta e Camoranesi), eppure mezza Italia sperava in una vittoria francese, complice anche la figura di Lippi. Bisogna dirlo onestamente, perché a posteriori tutti sono bravi a fare il po-po-po in piazza con la Coppa in mano. Anche quella del Vicente Calderon ne avrà 4 e solo una minoranza di interisti, milanisti, napoletani, romanisti e fiorentini (nonostante Prandelli) tiferà per lei. La Madrid del 1982 è lontanissima, anche se magari a luglio Renzi imiterà Spadolini.

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