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La condanna di Ancelotti

Il linciaggio mediatico dell'allenatore del Real Madrid, nel caso odierno Carlo Ancelotti, è un clasico del calcio spagnolo almeno al pari della partita con il Barcellona. Fenomeno tipico di un ambiente in cui qualsiasi risultato diverso dalla vittoria in Champions League, che peraltro Ancelotti potrebbe ancora ottenere se non verrà esonerato prima, viene considerato un fallimento. Così la sconfitta di sabato con i blaugrana, che pur fra le varie discutibili mosse tattiche (Sergio Ramos a centrocampo, Bale prima punta, Benzema solo nel finale) si è verificata soprattutto per episodi, fra occasioni sbagliate e il rigore del possibile 1 a 1 negato, ha collocato l'ex allenatore di Milan, Chelsea e PSG su una graticola dove rimarrà fino a maggio (se gli andrà bene). Spesso si mettono i grandi club del mondo nello stesso girone giornalistico, ma il Real Madrid è più grande club di tutti gli altri. Non è solo questione di albo d'oro. Era 'Il Real Madrid' anche nei 32 anni, dal 1966 al 1998, senza alzare la Coppa Campioni. Per questo l'asticella è sempre stata più in alto che in altri ambienti, pur prestigiosi. A margine di quello che senza enfasi può essere definito 'derby del mondo' merita di essere sottolineata la qualità della telecronaca italiana su Fox Sports. Prima voce Stefano Borghi ma soprattutto (ci perdoni Borghi) seconda voce un Fabio Capello sempre uguale a sé stesso. L'unico grande del calcio italiano capace di esprimere giudizi netti e coraggiosi, pur essendo ancora dentro il 'giro'. Quale seconda voce, fra i tanti miracolati dall'italiano zoppicante e dalla cautela da quieto vivere, avrebbe spiegato senza mezzi termini che Ancelotti ha sbagliato partita e scelte? Non lo si scopre certo oggi, il Capello commentatore, nato negli anni Ottanta nella allora Telemontecarlo (gli altri erano Bulgarelli e Altafini). E non si scopre nemmeno oggi il Capello di personalità: non sapremmo come collocarlo in una ipotetica classifica dei grandi tecnici italiani perché le carriere dipendono anche dalle occasioni (e quella che gli diede Berlusconi nel 1991 non è che l'abbiano avuta tutti), ma di sicuro è una delle poche persone interessanti al di fuori del calcio. Nemmeno uno sperperatore di soldi e di talento come Allen Iverson, a cui Erick Thohir ha donato la maglia numero 3 dell'Inter (nella realtà ritirata, era quella di Facchetti), riuscirebbe ad amministrare l'Inter peggio di come sia avvenuto negli ultimi anni. Venerdì è stato ufficializzato il risultato di bilancio relativo alla stagione 2012-13: perdita di quasi 80 milioni di euro, senza addentrarci nei tecnicismi e nel giustificazionismo da Champions (che a volte portava a 'rossi' anche peggiori). Il vero punto di ripartenza dell'Inter in versione indonesiana è questo, non una squadra di livello medio con cui Mazzarri sta facendo miracoli. Prima di tutto, vista la qualità media dei giocatori, il monte stipendi dovrebbe passare in un paio d'anni dalla zona Moratti a quella Lotito. E poi si attendono le idee, perché non si capisce come mai il fatturato sia ad oltre 100 milioni di distanza da quello di Juventus e soprattutto Milan. Ci ripetiamo (tanto, come diceva Mike Bongiorno, è il pubblico a cambiare): è stata messa in piedi una megaoperazione internazionale e per molti aspetti 'ibrida', quando sarebbe bastato scegliere buoni dirigenti o cacciare quelli incapaci. Antonio Conte ha letteralmente sbroccato, al solo leggere di voci di mercato (traduzione: la Juventus che starebbe pensando a Prandelli per il dopo-Conte, che del resto prima o poi inizierà) sul suo conto, come se avesse vissuto gli ultimi trent'anni nel mondo del bridge e non in quello del calcio professionistico. Il bello è che l'ha fatto davanti ad una stampa di solito non esattamente aggressiva nei suoi confronti o in quelli del club (Torino non è Madrid, potrebbe confermare Zidane), come se parlare di una Juventus senza Conte fosse non delitto di lesa maestà o, peggio ancora di 'destabilizzazione'. Quando Conte sa benissimo che un disastro europeo (al momento solo possibile, ma non probabile) aprirebbe nella testa di Agnelli e anche nella sua nuovi scenari. Ma queste sono elucubrazioni, legate all'aleatorietà dei risultati: oggi leoni, domani... Di certo c'è che nella testa di tutti i Conte del calcio, quindi del 99% degli addetti ai lavori, il giornalista deve legare le sue sorti a quelle della squadra che segue. Twitter @StefanoOlivari