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L’oro umano di Bolt

Usain Bolt forse ha salvato i Mondiali di atletica, con il suo oro sotto la pioggia nei 100 metri di un Luzhniki caratterizzato da vuoti inspiegabili. Non con la solita grande impresa, al di là del fatto che 9''77 sia un tempo stellare (a 19 centesimi dal suo record mondiale), ma proprio perché si è visto un Bolt più umano. Che ha faticato, non ha avuto la solita azione travolgente delle grandi occasioni olimpiche e Mondiali, e che solo negli ultimi 20 metri ha avuto ragione di quel Gatlin che lo aveva battuto al Golden Gala romano. Non stiamo dicendo che l'atletica abbia ricostruito la sua credibilità dopo le positività di Tyson Gay e Asafa Powell, anche perché lo stesso Gatlin è un ex dopato (4 anni di stop), ma solo che fino a prova contraria il suo uomo immagine in tutto il mondo è pulito. E il fatto che a 27 anni, dopo 6 ori olimpici, 6 mondiali, record nei 100 e nei 200 che resisteranno a lungo e mille altre cose, stia perdendo qualcosa, contribuisce alla sua credibilità paradossalmente (ma nemmeno tanto) più delle vittorie. Il professor Vittori, storico allenatore dei velocisti italiani (Mennea su tutti), dice che nella velocità il doping si individua anche senza analisi: certe muscolature che aumentano di dieci chili da una stagione all'altra e certi 'salti di qualità' di atleti vicini al ritiro valgono per gli appassionati quanto una positività conclamata, anche se non si può scrivere. La carriera di Bolt è invece stata lineare, nella sua grandezza. Magari fra qualche anno saremo smentiti, ma nell'atletica il doping, anche se non sempre, almeno lo si cerca. Twitter @StefanoOlivari