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Redazione

15 luglio 2013

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Facile dire che Chris Froome, il Tour de France e il ciclismo tutto non sono credibili nemmeno nel 2013, in quella che in molti addetti ai lavori hanno frettolosamente ribattezzato 'l'era del ciclismo a pane e acqua'. I numeri di del 28enne britannico che mai prima d'ora si era segnalato come fenomeno sono lì, evidenti. Meglio di lui, nella scalata del Mont Ventoux durante il Tour, ha fatto solo Marco Pantani nel 1994 in una tappa in cui il Ventoux non era l'arrivo ma un passaggio (quindi il record del Pirata fa ancora più impressione). Peggio hanno fatto tutti gli altri campioni della storia, da Contador all'Armstrong 'pieno' e reo confesso del 2002. Froome non è un alieno, fa parte a pieno titolo della nuova generazione di corridori regolari e magrissimi, e fino a prova contraria non è sporco. Però la sensazione di guardare qualcosa di finto, nel ciclismo come nell'atletica, è diffusa a ogni livello. Alla fine non è detto che questa situazione di consapevolezza o comunque di sospetto sia un male, nella peggiore delle ipotesi produrrà più spettatori 'laici' e meno tifosi ottusi. Certo è che tutto andrà a svantaggio degli sport di prestazione, senza una componente di gioco, come l'atletica, il nuoto e il ciclismo (dove però almeno c'è tattica). Mentre il calcio o la pallacanestro li possiamo guardare anche con la certezza che siano finti. Parafrasando il miglior Platini della nostra vita, è meglio veder correre la palla che veder correre Bonini. E quindi? Quando si ama uno sport, non è poi così importante che tutto sia vero. Il problema è degli avversari di Froome, ammesso che possano impartirgli lezioni di etica.

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