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Redazione

13 febbraio 2013

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Sono giorni di ulteriore bufera per il ciclismo. Non avevamo fatto ancora in tempo a digerire l'intervista sconvolgente di Lance Armstrong alla tv americana, con la cancellazione dei sette Tour vinti, che in pochi giorni si sono abbattuti sulla nostra già incrinata fiducia i dossier di Fuentes. Prima Cipollini, con quel formidabile 2002 visto ora da un'altra prospettiva, e adesso altri documenti, ennesimo discredito, su Ivan Basso, già passato una volta dal cerchio di fuoco. Commentare è ormai difficile. Persino superfluo. Non mi stupisco più di nulla, non mi amareggio per nessuna nuova scoperta. Ho concluso che il ciclismo - tanto, temo quasi tutto - sia stato infettato a lungo dal male del doping. Non facciamo gli ipocriti e non pensiamo nemmeno che oggi, ormai a ridosso della nuova stagione che parte, siano tutti improvvisamente puliti, candidi come la neve. Il ciclismo è sport faticoso, massacrante. Ti mangia l'anima prima dei muscoli. C'è una frase bellissima attribuita a Marco Pantani, altra vittima di questo sport bellissimo e maledetto, che suonava più o meno così: «Vado forte per accorciare l'agonia». È proprio questo spirito a dilaniare il ventre dei ciclisti. Il fatto di andare sempre più forte, oltre i limiti umani. Come si fa - lo chiedo essendo stato per anni in bicicletta - a pensare di fare una corsa di venti e oltre tappe (tra Alpi e Appennini, tra Alpi e Pirenei) alla media dei 40 chilometri orari. Per capirci: un ciclomotore nuovo fonderebbe. E allora si reintegra. È questo l'escamotage per rendere più lecito l'illecito. Non è doping, si dice ai corridori, ma un modo per recuperare, per cancellare i postumi della fatica. Si parte dagli aminoacidi e si arriva alle immonde sacche di sangue, tolte e iniettate a seconda del periodo. E poi il Gh, gli anabolizzanti, le mille diavolerie di medici e farmacie compiacenti. C'è un ciclista cui negli anni ho visto allungarsi il mento. Oggi, dopo avere letto diverse cose, ho qualche spiegazione in più. Nessuno di noi ce l'ha con il ciclismo. È lo sport più bello, popolare e umano di tutti. Ad avercela con il ciclismo sono i medici spregiudicati, i procuratori (anche qui!), le residenze a Montecarlo e le sofisticazioni in generale. Nonostante tutto, ancora milioni di italiani amano e vogliono credere in questo sport. Anche di fronte a quelle tabelle oscene, anticipate vent'anni fa dai record dell'ora in altura di Francesco Moser. Uno che a 40 anni andava più forte che a 20. Boh. Si potrà mai fermare un Giro d'Italia per sanare la situazione? Twitter@matteomarani

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