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Armstrong e l’onestà del doping

Redazione

23 gennaio 2013

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La cancellazione di quasi tutta la carriera di Lance Armstrong, dai sette Tour de France vinti a tutto il resto, non ha stupito gli appassionati veri di ciclismo. Ben consapevoli che con le medie orarie di oggi (ma il discorso era valido anche con quelle di ieri, solo che fino alla metà degli anni Sessanta non esistevano controlli) il doping sia necessario anche solo per rimanere coperti nella pancia del gruppo e non solo per vincere le corse più importanti. L'aspetto più inquietante di tutta la vicenda non risiede quindi nella sua sostanza, basti ricordare i piazzati nella classifica generale dei Tour vinti dal campione texano (Ullrich, Basso, Kloden...), ma nel fatto che Armstrong sia stato per oltre un decennio controllato in maniera ossessiva e perfino disumana, con centinaia test a sopresa (al di là del fatto che qualcuno non sia stato proprio a sorpresa) a ore assurde per un atleta che ha nel sonno uno dei principali alleati. Test tutti superati, tranne forse uno (quello del Giro di Svizzera 2001) ma in circostanze tuttora da chiarire. Il doping di Armstrong, così come quello di Marion Jones, è stato alla fine certificato non da analisi di laboratorio ma da testimonianze umane. E viene quindi da chiedersi a cosa servano i test, se non a stravolgere ordini di arrivo e a premiare comunque i più furbi (o quelli che hanno come consulenti i medici migliori, come Armstrong e tanti miti degli anni Ottanta e Novanta che hanno avuto la fortuna di ritirarsi, o di morire, per tempo). E' un discorso che si può ribaltare tranquillamente sul calcio, che agli stratagemmi di atleti e medici unisce una sorta di 'difesa sociale' che impedisce l'effettuazione dei test con certe frequenze e certe modalità. Inutile dire che continueranno ad essere beccati singoli 'cretini' e mai le squadre dalla flebo facile. Non occorre andare alla preistoria per ricordare le provette mai analizzate nei laboratori 'delle nebbie' dell'Acqua Acetosa, che nel 1998 portarono di fatto alle dimissioni di Pescante dalla presidenza del Coni, mentre basta l'osservazione del presente per intuire che nessuno ha l'interesse che davvero si faccia pulizia. Se no le squadre presunte 'oneste' dovrebbero lottare per un antidoping serio. Perché non lo fanno? La risposta l'ha data Armstrong. E la conclusione è triste, per noi zemaniani osservanti: il doping libero, per i professionisti, ammazzerebbe alcuni esseri umani (quasi tutti consapevoli, va detto, non si tratta di cavie di medici 'cattivi') ma paradossalmente renderebbe più credibile lo sport. Twitter @StefanoOlivari

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