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Allenatori italiani brava gente

Roberto Mancini non aveva un girone di Champions di tutto riposo, fra Real Madrid e Borussia Dortmund (meno prevedibile era invece la disfatta contro l'Ajax), ma questo non toglie che la quasi uscita di scena del suo Manchester City abbia una definizione sintetica: fallimento. Visto che ogni giudizio va rapportato al budget ed ai giocatori a dispozione, schiacciamo il tasto 'bar': con l'ingaggio di uno solo fra Aguero, Tevez, Balotelli o Touré si paga più di mezzo Ajax e non è vero che le grandi squadre non si fanno con i soldi. I soldi non sono l'unica cosa, ma sono fondamentali per far crescere nel tempo un gruppo di grandi giocatori. Se le squadre italiane sono diventate improvvisamente comprimarie, da protagoniste che erano fino a pochi anni fa, non è colpa di Allegri ma di una crisi generalizzata che ha imposto vendite e svendite: in Champions l'Udinese si è autoeliminata con il suo solito mercato, il Milan ha presentato quella che tre anni fa non sarebbe stata nemmeno la sua squadra riserve, la Juventus ha messo nella giusta prospettiva la sua schiacciante superiorità italiana (tutto dipende dall'estro di un 33enne), mentre la nostra Europa League è incommentabile per l'atteggiamento sbagliato dei club e conseguentemente del pubblico. Insomma, i soldi contano e anche tanto: la Juventus con un grande attaccante (uno a caso di quelli del City) e il Milan con uno solo fra Thiago Silva e Ibrahimovic avrebbero indotto a ben altre profonde e approfondite analisi. Ma dicevamo di Mancini, mero pretesto per parlare della considerazione di cui godono presso di noi allenatori ma anche giocatori che vanno all'estero. Soprattutto i tecnici diventano una sorta di missionari, gente che spiega il verbo calcistico a popolazioni primitive e selvagge: chissà come mai Mancini ottiene risultati europei peggiori di quelli già modesti di quando guidava l'Inter, Ancelotti non riesce a vincere un campionato francese con il PSG che con la disparità di forze in campo avrebbe forse vinto anche un neodiplomato di Coverciano, Capello non ha combinato niente come c.t. inglese e al Real Madrid ha vinto due campionati fra i fischi (dei tifosi del Real), Ranieri è un 'gran signore' (per i giornalisti amici) in Inghilterra mentre in Italia viene giudicato con altro metro, i vari Di Canio, Zola, eccetera vengono addirittura presi sul serio. E lasciamo stare l'accoppiata Trapattoni-Tardelli: onore alla memoria. Per non parlare di Lippi in versione Buffalo Bill a svernare in Cina senza destare grandi entusiasmi. Alla fine quello che ha vinto il trofeo più importante, Roberto Di Matteo, lo ha fatto quasi per caso e senza far parte di alcun 'progetto'. Cosa vogliamo dire? Che anni di dominio europeo, dal punto di vista anche quantitativo, ci hanno lasciato criteri di valutazione snobistici che fanno a pugni con la realtà di club diventati di colpo da Europa media. E che i nostri allenatori, che tutto il mondo ci invidierebbe (fino a Calciopoli lo si diceva anche degli arbitri), non sono poi granché. E sono salvati mediaticamente solo dal tifo per interposto allenatore: così l'interista troverà giustificazioni penose a Mancini, il milanista ad Ancelotti, lo juventino a Lippi, eccetera. Ci rimane solo il tifo, decisamente.